martedì 7 dicembre 2010

MARCHE attenti a quei 2




Fianco a fianco, in sella al mezzo più aggregativo che esista, un sidecar, la moto non moto, cavalcando le colline della Sena Gallica. Uniti dal percorso, fianco a fianco, due dei più grandi cuochi italiani, Mauro Uliassi e Moreno Cedroni, tre stelle Michelin in due, raccontano la regione dove sono nati e che ha dato loro celebrità. In mezzo, la riviera del Conero, quattro zone vinicole e tante belle strade.
ITINERARIO- Senigallia, Ostra, Jesi, Osimo, Castelfidardo, Loreto, Numana, Badia di S. Pietro, S. Maria di Portonuovo, Ancona, Marzocca di Senigallia.
                                    Testo di Francesco Beghi, foto di Giovanni Lamonica
                 

L’inizio non è certo dei più incoraggianti. Arrivo a Parma all’ora stabilita e trovo Giovanni che guarda il veicolo con aria perplessa. Mi dice di averci fatto un giretto di prova: “è un vero delirio. Va dove vuole lui”. Bello è bello, non ci sono dubbi. Bella la Triumph Bonneville T100, bello il side Watsonian. Nero e cromato, sembra un veicolo d’epoca, anche se è nuovo di pacca. Dal canto mio mi preoccupo di quella specie di guscio che sarà la mia casa itinerante per i prossimi tre giorni. Penso al mio metro e ottantatrè, penso ai miei novanta chili abbondanti e penso che non ci entrerò mai. Il primo tentativo è un capolavoro di goffaggine. “Bisogna solo imparare la tecnica”, dice ottimista Faustino Murero, il pazzo che ha deciso di affidare un mezzo del genere a due individui più pazzi di lui. Al terzo tentativo riesco ad entrare. Sorpresa delle sorprese: è comodo! Per quanto riguarda la posizione si sta più o meno come in una monoposto di Formula 1 o come in uno di quei siluri con carena artigianale che stabilivano i record di velocità sul Lago Salato negli anni Cinquanta, però più larghi e il sedile è abbastanza morbido. Provo l’uscita e mi prendo una sonora tibiata contro il bordo superiore della carena. Vabbè, poco male: imparerò anche questo. Prima della partenza, Faustino ci dà un’ultima iniezione di fiducia: “oggi come oggi il sidecar è un mezzo assurdo. O lo si ama o lo si odia”. Osservo lo sguardo di Giovanni, endurista giramondo: il viaggio non è ancora iniziato eppure sembra non avere dubbi su quale posizione prendere.
Sia come sia, è ora di andare. Basta qualche centinaio di metri e già il mio pilota si ammorbidisce. Sostiene che con la zavorra rappresentata dal sottoscritto il sidecar è più guidabile. Certo 300 km di autostrada non sono uno scherzo ma basta abituarsi alle sbandate di Giovanni e al fatto di avere i mozzi delle ruote dei camion a un metro dalla faccia.
Ci siamo! Inizia l’itinerario vero e proprio. Senigallia ha quell’aspetto un po’ così delle cittadine balneari adriatiche fuori stagione. Pochi alberghi aperti, spiaggia deserta, lungomare battuto da un vento freddino, qualche podista che si prepara per la prova costume. Visitiamo la Rocca Roveresca, struttura difensiva modificata e ampliata nel corso dei secoli fin dall’epoca Romana. Concettualmente il viaggio parte da Mauro Uliassi, a Senigallia centro, considerato più tradizionalista, e si conclude da Moreno Cedroni, a Marzocca, frazione orientale di Senigallia, esaltato come innovatore, passando per l’interno, per tre importanti zone vinicole e per il Parco del Conero. In realtà scopriamo che ci stiamo muovendo controcorrente, perché sia io sia Giovanni, con le gambe sotto il tavolo, abbiamo avuto la sensazione contraria. Ma tant’è. I due signori non sono semplici chef, sono artisti e gli artisti è sempre difficile forzarli in un’etichetta che inevitabilmente non può che andar loro stretta.
Da Uliassi, affacciato sulla spiaggia, l’ambiente è nautico, legno bianco come su una barca dal lusso discreto. Il menu degustazione è un crescendo di emozioni con alcune punte sublimi. Non vogliamo approfondire più di tanto il discorso, dato che questa non è una rivista di gastronomia, ma piatti come scampo zen, sandwich di triglia, pecorino e verza, spaghetti affumicati con vongole e pendolini arrostiti sono dei veri prodigi di equilibrio, delicatezza e intensità allo stesso tempo. Scegliamo eccellente vino bianco marchigiano e troviamo ricarichi più che corretti per un ristorante di questo livello. Andiamo a nanna allegri e contenti: come potrebbe essere altrimenti?
Mattino, il tempo è incerto. La strada che da Senigallia sale verso Ostra non dice granché ma perlomeno serve a Giovanni per imparare a guidare il sidecar nelle curve in pendenza senza ribaltarsi. Siamo nella zona di produzione della Lacrima di Morro d’Alba, vino rosso sapido e sincero. Ostra è uno dei tipici centri medievali dell’entroterra di Ancona, circondato da una cinta muraria costruita a metà del XIV secolo; notevole il palazzo comunale settecentesco. In pieno centro, girando a passo d’uomo, ho un incontro ravvicinato con una bimba riccioluta in passeggino: i nostri occhi sono alla stessa altezza, la bimba sgrana i suoi che dicono “ma guarda questo signore in che razza di carrozzina se ne va in giro alla sua età!”.
Ebbene sì: il sidecar aggrega. Suscita interesse in grandi e piccini, la gente si ferma a guardare, fa domande e osservazioni. Ne abbiamo ulteriore conferma a Jesi, capitale del Verdicchio, raggiunta dopo un bel tratto di strada panoramica che passa per Belvedere Ostrense con lo sguardo che spazia fin verso l’Appennino al confine col nord dell’Umbria. Bello l’impianto medievale del centro cittadino, con arcate e molto vicoli ciechi che servivano per disorientare i nemici in caso d’invasione. Qui, in un bel palazzo del ’400, ha sede l’Enoteca regionale delle Marche; superfluo dire che la sosta per qualche assaggio – senza esagerare – è d’obbligo. Intanto il popolo fa capannello intorno al sidecar parcheggiato, qualche anziano ricorda i bei tempi quando veicoli del genere servivano per trasportare tutta la famiglia cane incluso e anche per scopi molto meno nobili quali quelli bellici.
Il side aggrega anche pilota e passeggero i quali, a cinquanta all’ora sui saliscendi, possono parlare tranquillamente fra loro, ammesso che abbiano qualcosa da dirsi. Giovanni sta prendendo sempre più la mano sul mezzo. Riesce persino a fare un tornante in seconda. La strada prosegue tra prati, boschi, filari di cipressi e vigneti. L’asfalto non è granché, il carrozzino amplifica tutte le buche ma ormai ci abbiamo fatto il callo. È ora di pranzo e guarda caso siamo nei pressi della Tenuta di Tavignano, una delle aziende vinicole che l’Ufficio del Turismo ci ha segnalato come tra le più belle da visitare e fotografare. Sconfiniamo quindi in provincia di Macerata, un pezzetto di sterrato e troviamo ad accoglierci una simpatica signora cilena che, venuta ad Ancona per studiare, ha preso marito e si è stabilita in zona. Due o tre ottimi vini e un’abbondante razione di ciauscolo, un salume tipico della zona, sono quel che ci vuole per riprendere il cammino rigenerati. La cosa incredibile è che, se non ci sono troppi sobbalzi, riesco persino a prendere appunti sulla mia Moleskine. Dal punto di vista del passeggero, non c’è paragone tra lo stare comodamente sdraiati nel carrozzino e l’aggrapparsi al pilota con il fondoschiena collocato su un pezzettino di sella. Lungo la SP3 della Val Musone il tempo peggiora, in compenso aumentano le fragranze agresti che inebriano l’aria. Poco traffico, tranquillo. Ecco la pioggia. Mi sorge un atroce dubbio: questo arnese avrà uno scarico sul fondo oppure mi ritroverò immerso in una specie di vasca da bagno ambulante? Colgo l’occasione per provare la capote del sidecar. Fossi alto un metro e sessanta non avrei problemi. Certo, niente vento, niente acqua in faccia – ora siamo sotto un vero e proprio diluvio – ma devo starmene ingobbito e schiacciato con la testa che, premendo contro la stoffa, ad ogni scossone fa saltare uno dei bottoni automatici che tengono la capote assicurata alla scocca. Meno male che non soffro di claustrofobia… Dopo qualche chilometro decido di liberarmi dal giogo: meglio la pioggia!
Osimo ci accoglie con un acciottolato piuttosto sconnesso, non proprio l’ideale per il sidecar che traballa sferragliando. Giriamo i vicoli sfiorando i muri di mattoni a vista. È proprio una bella cittadina, allungata su basse colline, circondata da imponenti bastioni. Con una particolarità, la città sotterranea: vaste grotte scavate nell’arenaria sotto il centro storico disseminate di bassorilievi, un tempo sotto il controllo dell’Ordine dei Templari. Castelfidardo diede i natali alla fisarmonica nel 1863 per merito di Paolo Soprani, prima che nel 1876 Mariano Dallapè di Stradella perfezionasse lo strumento inventando la fisarmonica polifonica come la conosciamo oggi. Il Museo della Fisarmonica merita una visita ma la città in sé promette più di quanto mantenga: dopo Jesi e Osimo ci appare un po’ anonima, e non ce ne vogliano gli abitanti, a partire da un simpatico vecchietto che ha voluto a tutti i costi farsi fotografare accanto al sidecar.
Sopra Castelfidardo splendono gialli i prati di ginestre in fiore e, visti i cartelli che indicano la strada per Recanati, il pensiero non può non correre al Leopardi: “Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo, che il deserto consola”, reminiscenze liceali circa un tipo che era tosto nonostante l’iconografia delicata e romantica, dato che questo canto postumo più che un’ode alle ginestre è un attacco neanche tanto velato contro i potenti. Siamo ormai nel cuore della terza zona vinicola attraversata, quella del Rosso Conero. Poche curve ed eccoci a Loreto, dominata dall’imponente Santuario della Madonna omonima. Altro vantaggio del sidecar: alla fine si riesce ad andare ovunque e le forze dell’ordine chiudono sempre un occhio, tant’è che riusciamo a parcheggiare proprio di fronte all’ingresso del Santuario, tra madonnari e baracchini che smerciano paccottiglia religiosa. Gli spalti di Loreto sono una finestra spettacolare sull’Adriatico, l’aria salmastra arriva fin qui e sembra quasi di sentire lo sciabordio delle onde in lontananza.
A proposito di mare: è tempo di scendere sulla costa. Sfioriamo Porto Recanati e percorriamo la litoranea fino a Numana, antico borgo di pescatori cui si è aggiunta nel corso degli anni verso sud una lunga propaggine fatta di stabilimenti balneari, bar, alberghi e ristoranti. Siamo già nel Parco del Conero, infatti verso Sirolo la strada prende a salire decisa in mezzo ai boschi regalando scorci spettacolari del mare che appare tra la vegetazione. Abbiamo detto che con il sidecar si conquista la simpatia di tutti, a partire dalle forze dell’ordine? Beh, c’è sempre l’eccezione che conferma la regola: un amabile vigile, infatti, ci impedisce di scattare una foto panoramica in una piccola piazza dove l’accesso è consentito alle auto ma non alle moto, “neanche alle motocarrozzette” come ha tenuto a precisare. Dalla parte di Portonovo la vista sul mare è ancora più affascinante e Giovanni non risparmia la sua reflex digitale. Ormai siamo ad Ancona, che attraversiamo adagio apprezzandone i saliscendi, i palazzi del centro e anche il vasto porto dove sonnecchiano grossi traghetti pronti a salpare per la Dalmazia e la Grecia. Ancora litoranea, Falconara Marittima, nota suo malgrado più che altro per l’immensa raffineria, ed eccoci alla conclusione del cerchio, Marzocca di Senigallia, il regno di Moreno Cedroni.
Un elemento accomuna i due ristoranti: dall’esterno si notano appena. Niente clamori, niente chiasso, niente effetti speciali. Dal legno bianco di Uliassi si passa al cristallo e al metallo di Cedroni. La Madonnina del Pescatore è anch’esso sul lungomare ma dalla parte della strada verso l’interno, al piano terra di un’anonima palazzina. Vetro tutt’intorno e look minimalista all’interno. Il vulcanico Moreno non è ancora arrivato – proprio oggi ha riaperto per la stagione estiva il Clandestino, un sushi bar a poca distanza da qui – ma le brigate di cucina e di sala sono ben addestrate e noi, affamati e curiosi come non mai, cominciamo le danze. Citiamo solo due piatti memorabili: l’anguilla cruda marinata, elemento finale di una portata storica multipla chiamata sushi & susci, e la spigola di amo arrostita con purea di patate al tartufo nero, melanzane e salsa alla birra scura, il cui sapore abbagliante è persistito felice in bocca fino al giorno dopo. Anche qui optiamo per eccellenti vini bianchi delle Marche.
Giunti a questo punto, con Giovanni che ormai guida il sidecar come se ci fosse nato sopra, i 300 km del ritorno a Parma sono solo una banale passeggiata in autostrada.



















































 





Nessun commento:

Posta un commento