lunedì 5 dicembre 2011

TOSCANA a spasso nel medioevo


DAL CASTELLO AGLI EREMI 
Vi ricordate il film ”non ci resta che piangere” con Benigni e Troisi? Bene, la locanda- castello dei Sorci, dove la vicenda cinematografica ha inizio, sarà anche la base di partenza di questo suggestivo itinerario che sfruttando la fama della sua cucina ci permetterà di conoscere questo angolo della Toscana ricco di eremi e strade assolutamente degne di considerazione.
ITINERARIO- Anghiari, Caprese Michelangelo,Chiusi Della Verna, Bibbiena, Poppi, Camaldoli, Verghereto, Pieve S. Stefano, Anghiari. 



Trasformato in fattoria, oggi il Castello di Sorci ospita uno dei ristoranti più tipici d'Italia, molto conosciuto per i personaggi che regolarmente lo frequentano (attori di cinema, presentatori televisivi, cantanti, giornalisti, scrittori... qualche fotografo!!!). Chi non ricorda che le sue stanze hanno fornito l’ispirazione della sceneggiatura del film “Non ci resta che piangere” di e con Roberto Benigni e Massimo Troisi, all’epoca ospiti del castellano di Sorci. Nelle sere estive, sotto il cielo stellato, ancora a qualcuno sembra di sentire lo sferragliante rumore dell'armatura di Baldaccio, il cui fantasma anima la vita del suo antico castello. Probabilmente la maggior parte di voi ha visto il film, ma chi era questo Baldaccio? L’argomento è approfondito in uno dei box ma questi era un valoroso condottiero, al quale il suo paese, Anghiari, ha dedicato la piazza principale, uomo capace e coraggioso, definito dal Machiavelli: “uomo di guerra eccellentissimo, perché in quelli tempi non era alcuno in Italia che di virtù di corpo e d’animo lo superasse; ed aveva intra le fanterie perché di quelle sempre era stato capo, tanta reputazione che ogni uomo estimava con quello in ogni impresa e a ogni sua volontà converrebbono”. Però che posto! Come abbia potuto sfuggirmi fino ad ora è un vero mistero. Bah, recuperiamo il tempo perduto. Peccato che non sia possibile dormirvi, poi che sarebbe un validissimo punto base sia per questo itinerario che per altri che questa splendida zona potrebbe offrire. Le occasioni di alloggio comunque non mancano, con validissima alternative che sono riportate nell’apposita sezione. Va da sé che tanto successo cominci a mostrare anche aspetti negativi: week end super affollati (non dimentichiamo che il locale riesce a smaltire anche 1000 coperti) dove senza prenotare è praticamente impossibile sperare di mangiare e una qualità dei pasti che forse comincia a perdere di brio. Menù fisso, cita un cartello all’ingresso. Bisogna solo sedersi ed attendere che le portate siano servite.
Prezzi? 19€ tutto compreso, vino dolce e vin santo inclusi.
Sono solo, ma mi difendo terminando quasi completamente anche la bottiglia di vino dolce e la mattina dopo i segni sono evidenti in un certo rallentamento di riflessi e processi mentali. Ci pensa la strada a risvegliare le mie attenzioni. Infatti subito dopo Anghiari, la stretta provinciale che sale verso l’alpe di Catenaia e la città natale di Michelangelo Buonarroti, mi ricorda che oggi sarà giornata di pieghe. Il pittoresco paese ospita, manco a dirlo, nel castello trecentesco sopra l’abitato l’interessante museo michelangelesco, che custodisce calchi e produzioni fotografiche delle opere dell’artista.  Da qui si possono seguire 2 strade. La prima, più breve direttamente verso la Verna ed il suo eremo, l’altra verso Pieve S. Stefano per salirvi dal valico dello Spino. E’ un ordine, scegliete la seconda. Il percorso, che è anche quello di una famosa crono scalata che si svolge in primavera inoltrata, è una vera gioia per la guida. Se siete ormai in trance agonistica arriverete alle porte di Bibbiena, e ciò non può che voler dire che avete saltato la sosta al santuario della Verna edificato da San Francresco nel 1214. Qui il santo 10 anni dopo vi ricevette le stimmate ed oltre ad essere meta di pellegrinaggi è situato in bella posizione su di una vetta calcarea. Siete tornati indietro? Ne valeva la pena. Bibbiena e Poppi sono centri sorti nella valle dell’Arno: il primo è un centro industriale, il secondo è un simpatico borgo medioevale dominato da una rocca visibile a km di distanza. Ed è proprio da Poppi che parte probabilmente la strada più spettacolare per Camaldoli. Alcune guide definiscono la foresta entro la quale è racchiuso il complesso monastico, straordinaria, e non esagerano affatto!!Oggi tutelato nel parco nazionale queste terre furono regalate a S. Romualdo dal conte Maldolo di Arezzo (da qui il nome Ca’Maldoli). 2 le strutture: l’eremo ed il monastero. Il primo più in alto, sarà il primo ad essere raggiunto dall’itinerario. La luce che filtra nel bosco, sembra rievocare le perlustrazioni di un Romualdo, ormai non più giovane, che rimane affascinato da questa foresta per valutarne positivamente la comodità dei sentieri e dei torrenti, la vicinanza dei campi coltivati e la possibilità del totale isolamento. Nel corso della sua vita, il santo aveva compiuto decine di scelte simili, in Italia ed all’estero, per collocare e dare sistemazione ai discepoli che il suo passaggio suscitava ovunque, ma questa è sicuramente una delle più felici.
La storia narra che una volta scelto il luogo, vi edificò 5 celle ove stabilì 5 fratelli e costruì più in basso una casa, vi mise un monaco con 3 conversi per ricevere gli ospiti, affinché l’eremo rimanesse sempre nascosto e lontano dai rumori del mondo. Sicuramente una soluzione originale, unica nel monachesimo occidentale.Assai interessanti sono anche i prodotti esposti nelle farmacie del complesso, le cui attività iniziarono nel lontano 1048 supportate da un ospedale. Un paio di incendi con relative riedificazioni hanno portato alla struttura odierna che risale al 1513. Per scendere verso la ss71 del fantastico passo dei Mandrioli, ci sono 2 possibilità una direttamente dal monastero, l’altra risalendo per la ripidissima strada che conduce nuovamente all’eremo per poi prendere a dx su di una panoramica strada in parte sterrata ma facile. 
Grandi soddisfazioni di guida!
Una volta scesi a valle è possibile evitare la superstrada che incombe sul panorama con inquietanti e continui cavalcavia, andando a dx prima di Bagno di Romagna per la vecchia ss3. La strada è sporca, scivolosa, ma splendidamente desolata per poi migliorare e permettere un bell’ingresso in Sansepolcro.Da qui siamo vicini ad Anghiari, da dove arriveremo transitando nella valle dove si svolse la celebre battaglia del 1440, che ispirò Leonardo da Vinci e che vide prevalere i fiorentini sulle milizie viscontee.
Siamo alla fine. Manca all’appello solo il fantasma di Baldaccio, che leggenda vuole si aggiri certe notti per le sale del castello! 
IL CASTELLO DEI SORCI
C’è una tradizione orale ben radicata, da queste parti, secondo la quale quelli di Sorci si sarebbero  scontrati con quelli del castello dei Gatti. La baruffa sarebbe stata dura, ma non sanguinosa. E quelli di Sorci, naturalmente avrebbero avuto la meglio. “I Sorci – di conseguenza, si dice – qui hanno sconfitto i Gatti!” Il castello dei Gatti dovrebbe essere stato poco dopo Speltaglia, oltre la statale. Ma per quanto abbiano cercato non si è trovata alcuna traccia di questa località o di una famiglia con questo cognome.  Solo la striscia bassa della Valle di Sovara è talvolta indicata nelle mappe come Val de’ gatti. Ma il toponimo non dovrebbe salire molto indietro nel tempo se già nei documenti se-settecenteschi non se ne trova menzione. Da ciò si potrebbe dedurre che la storia altro non è che una tarda invenzione suggerita a posteriori dalla fantasia popolare che ha interpretato il nome di Sorci come il plurale di sorcio, topo. Il filologo Nino Boriosi, infatti, confortato anche da un codice fiorentino del XIV secolo, sostiene che l’etimo di Sorci è diverso. Secondo lo studioso, deriverebbe da sorco, una parola proveniente dal germanico sorku, che vuol dire brughiera, scopeto. Sorci, pertanto sarebbe ad indicare il luogo delle scope. E le scope di macchia, per l’appunto, facevano, e fanno parte della vegetazione locale, come confermano vari documenti e come si nota tuttora nei residui querceti circostanti. Il Castello dei Sorci è stato abitato da grandi e potenti famiglie tra il 1200 e il 1530: I TARLATI di Pietramala (1234-1388), I BALDACCIO (1388-1441) e I PICHI (1443-1650). Il Castello dei Sorci, nato come segno di dominio, fu punto di contesa  e di resistenza durante il Basso MedioEvo e il periodo delle Signorie; distrutto più volte e più volte ricostruito, visse la storia di un Capitano di Ventura, come il famoso Baldaccio , che forse aspirava a passarvi in pace i suoi ultimi anni di vita. Poi, mentre gli altri castelletti della valle declinavano, trovò con i Pichi una collocazione più pacifica, anche se pur sempre orgogliosa. Con loro si definì quella che fu poi la sua fisionomia di azienda agricola, continuata anche da altri, con diversa fortuna, fino all’ultimo scorcio del XX secolo. Infatti nel 1970 subentrò Primetto Barelli dopo due anni di pratiche  burocratiche, veniva dalle Marche e si era sposato a Città di Castello con una giovane del posto, Gabriella. Barelli voleva fare l’agricoltore, ma ha fatto qualcosa di più: riaprire i Sorci alla vita, con un’intuizione geniale e la vitalità espansiva del suo temperamento. Primetto ha raccolto l’eredità di azienda agricola, nel momento in cui l’agricoltura tradizionale perdeva alcuni connotati nella ricerca di nuovi tipi di imprenditorialità.  Non è solo un espediente di mercato: è anche un fatto di cultura. Ma la cultura resta attiva se si alimenta col sentimento di un impegno. 
BALDACCIO
Il valoroso condottiero, al quale il paese di Anghiari ha dedicato la piazza principale, fu uomo capace e coraggioso. Nelle sue Storie Fiorentine (6°, VI), così il Machiavelli lo definisce: “uomo di guerra eccellentissimo, perché in quelli tempi non era alcuno in Italia che di virtù di corpo e d’animo lo superasse; ed aveva intra le fanterie perché di quelle sempre era stato capo, tanta reputazione che ogni uomo estimava con quello in ogni impresa e a ogni sua volontà converrebbono”.  Figlio di Piero di Vagnone Bruni, Baldaccio nacque a Ranco, presso Anghiari intorno al 1400. A vent’anni già si distingueva per la sua poderosa banda di armati con la quale compiva rapine e saccheggi. Condannato a morte due volte, nel 1420 e nel1425, riuscì sempre a sfuggire alla cattura. Fra il 1424 e il 1434 fu al soldo di Carlo Malatesta, della repubblica Fiorentina e del Duca di Milano. In questa occasione conquistò Castel del Rio e Spinello. Ritornò poi al soldo dei Fiorentini che nel 1437 gli concessero la cittadinanza. Poco dopo il suo matrimonio con Annalena Malatesta (16 febbraio 1439), Baldaccio fu catturato dal Piccinino e condotto a Bologna. Ma alla fine dello stesso anno lo troviamo al servizio del Conte Guidantonio d’Urbino, alleato dei Visconti, per il quale conquista Tavoleto e nel marzo del 1440 massacra un'ingente numero di Malatestiani. Ritornato al soldo dei Fiorentini, occupa Fighine di Chiusi ed il castello di Suvereto appartenente agli Appiano di Piombino. Il 23 aprile 1441 passa al servizio del Papa Eugenio IV contro Francesco Piccinino e conduce una vittoriosa campagna in Romagna. Nel giugno è ancora a Firenze: tenta inutilmente di conquistare Piombino mentre le sue fanterie scorrazzano e saccheggiano i dintorni suscitando vive proteste presso Firenze. Quando era capitano generale delle fanterie dello stato fiorentino, Baldaccio denunciò Bartolomeo Orlandini per aver abbandonato il castello di Marradi davanti alle truppe del Piccinino. Diventato Gonfaloniere di Giustizia, l’Orlandini si vendicò dell’affronto subìto con una spietatezza che fa rabbrividire. Il 6 settembre 1441, convocò Baldaccio a Palazzo Vecchio e lo fece uccidere a tradimento. “Fu assalito e ferito e gettato a terra dalle finestre nel cortile e subito così, quasi morto, gli feciono tagliare la testa a piè dell’uscio del capitano, su la piazza, e stettevi il corpo alquante hore..”. Il corpo di Baldaccio Bruni fu sepolto nel chiostro di Santo Spirito in Firenze. La vedova Annalena Malatesta, dopo la morte prematura del figlio Galeotto, vendette tutti i suoi averi e trasformò la sua casa d’Oltrarno in un monastero che da lei prese il nome.Il fattaccio commosse tutta Firenze e lo stesso papa Eugenio IV provò dolore e sdegno per quell’efferato delitto, malamente ricoperto dall’accusa di tradimento, con la quale si uccideva due volte il valoroso Baldaccio d’Anghiari.