mercoledì 14 giugno 2017

Basilicata, dai Sassi al mare volando come un angelo



La Basilicata, una terra amata da cineasti e poeti, sta resistendo strenuamente alle mode ed al turismo d'assalto. Parlando davanti ad una birra con amici, in una bollente domenica di giugno, di fronte alla scusa di una quasi necessità di dover "testare" le moto da utilizzare a fine anno in Patagonia, con una uscita di qualche giorno, butto lì la bomba, che si abbatte sul tavolo seminando lo scompiglio geografico: "Dolomiti lucane!!" La concorrenza è spietata: si parla di Umbria, Toscana, Corsica, Grecia......ma ci pensavo da un pò di tempo e mi sono ricordato dell'esperienza per Motociclismo con Mario qualche anno fa. Ho ritrovato negli archivi anche l'articolo che il mio amico giornalista mi aveva girato,  a testimoniare l'intenzione di pubblicare il viaggio in un post sul blog mai realizzato per la solita, irreversibile incostanza distratta, un pò meridionale ma molto personale. Ho riletto l'articolo, scritto benissimo, ma Mario Piccirillo è una penna sopraffina!! Ho semplicemente sostituito l'anno menzionato all'inizio con una data di un futuro molto prossimo, che lo rende attualissimo ed  un pò di auspicio, ma anche un pò per nascondere l'inesorabile trascorrere degli anni.
Da leggere tutto di un fiato!!



Testo di Mario Piccirillo.
Eppure l’orologio funziona. Il contachilometri del CBF non si è impallato. E la Gazzetta del Mezzogiorno dice la verità: 2 luglio 2017. Non è un film montato alla rinfusa, anche se la Scozia confina con la Palestina, e dietro quella valle c’è il Brasile ma per arrivarci bisogna salire in Giappone e riscendere tra la polvere della Giordania. E’ cinema sì, ma non fantascienza. E’ la Lucania, o come dicevano tutti Basilicata,  che si è nascosta tra i risvolti di una cartina piegata male. Un riassunto di mondo semi-sconosciuto, dove i chilometri sono un concetto slegato dalla strada, dove il tempo si è fermato ed è ripartito in prima, a filo di gas. Un cortocircuito spazio-temporale. Che corri a fare se ne nessuno ti insegue.   I tornanti si avvitano in un eterno cavatappi, e la moto si stende in una piega che pare infinita. Non saprete più andar dritti dopo aver girato qui, dove il verbo “girare” ha solo il significato hollywoodiano. Scoprirete che era dietro casa la Passione di Cristo, che si è fermato ad Eboli nel romanzo di Carlo Levi, ma in realtà era arrivato con registi e cineprese fino a Craco. E il piccolo Michele urlava “Io non ho paura” infilato in un fosso del Vulture. Ci vuole una pazienza religiosa per resistere alla fatica di questi luoghi. Rimasti vergini nella polvere e nella povertà, tradotti ai nostri occhi miopi dalla finzione in mondi lontani.  E invece la Basilicata è qui, a portata di autostrada. Talmente vera da sembrare intoccabile, in una teca di cristallo. Per questo non siamo sicuri che tornandoci ritroveremmo la porta d’accesso di questa dimensione parallela. Certo Matera è Patrimonio dell’Umanità Unesco dal 1993, i suoi Sassi sono un diamante assolato. E’ una questione di abitudine alla sorpresa, per questo il giro è consigliabile che parta da qui. Con i quaranta gradi che rimbalzano sul tufo bianco, e l’aria che ribolle alla vista, sembra quasi un miraggio. Ma, lasciate le moto ad ardere al sole, a piedi si può passare tra il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano, visitando le chiese rupestri, con le pareti affrescate e le atmosfere turche, facendosi abbagliare dal panorama che si scorge dalla chiesa della Madonna dell’Idris, interamente scavata nella roccia del monte Errone. Lì di fronte, sulla Murgia Timone, Mel Gibson ci aveva sistemato la croce del suo Cristo passionario. Dagli anni 50 questi buchi nella montagna sono stati lasciati – a forza – dagli abitanti, trasferiti per legge nei nuovi quartieri. Niente più stalle organizzate, decise lo Stato. Ora bed and breakfast e ristorantini. “La mia idea – diceva Pasolini, che qui ci ha ambientato “Il vangelo secondo Matteo” – che le cose quanto più sono piccole e umili, tanto più sono grandi e belle nella loro miseria, a Matera ha trovato uno scossone estetico”. La bellezza stordisce come le ombre della sua storia. E per riprendersi c’è bisogno di una giornata intera da dedicare ai vicoli antichi come al centro del Piano, partendo magari da Piazza Vittorio Veneto. Ma, è bene ricordarlo, le unità di misura qui sono elastiche, e se avete calcolato l’itinerario coi tempi del resto del mondo farete meglio ad anticiparvi un po’. Venti chilometri sono un’ora di moto, non di meno. Ma in un’ora lucana ci stanno boschi, laghi, campi di grano, lande desolate, case diroccate, torri normanne, asfalto e pozzanghere, d’inverno la neve. E una teoria di curve da togliere il fiato. Da Matera prendiamo l’Appia, la statale 7, verso Miglionico. Una strada sospesa a 500 metri d’altezza: pare di stare in equilibrio sulla cresta di un’onda. Una valle a destra e una a sinistra, il lago artificiale di San Giuliano, con la sua riserva naturale di 1000 ettari, appena sotto. “Guarda la strada, guarda la strada”, ti ripeti per non farti incantare dal panorama e andar dritto al millesimo tornante. Si passa per Acerenza, poi la cartina non serve: c’è l’imponente castello del Malconsiglio che fa da stella polare con le sue sei torri normanne. Miglionico è il set del “Demonio” di Brunello Rondi, e della sua storia di esorcismi e malocchio, di streghe e credenze popolari: 1963, qui l’antropologia si faceva sull’attualità, altrochè. E anche se l’orologio non si ferma (controlliamo ogni mezzora per sicurezza…) sappiamo che le lancette non dicono tutta la verità. La deviazione sulla provinciale 209 che ci imponiamo per Irsina è un distributore automatico di emozioni. Un viottolo strappato alla natura che taglia col suo asfalto incerto il ritmo dei campi di cereali. Colline appena accennate, con i colori in alternanza perfetta, come se sulla terra ci avessero adagiato una tigre. E Irsina domina la valle dalla rupe, con la cattedrale padrona. Ha appena piovuto, e la gente del posto scende in campagna a raccogliere lumache saporite, mentre le signore si siedono sull’uscio di casa a vendere le verdure dell’orto. Capisci subito perché Michele Placido l’ha scelta per girarci “Del perduto amore” nel 1998. Basta piazzare una macchina d’epoca in centro, ed ecco l’Italia degli anni 50, monopolio della Democrazia Cristiana, con i comunisti di paese, e la storie da Peppone e Don Camillo. Dormiamo in un B&B e mangiamo in una pizzeria involontariamente vintage. Sono cambiati solo i nomi, ma tutto è rimasto coniugato al passato. Il centro storico è stupendo, il panorama quasi violento, ma non c’è nessuno che ti impedisca di rovinare tutto con gli infissi di alluminio trasandato a due metri dalla cattedrale (del ‘200) che ospita la statua di Sant’Eufemia, opera del Mantegna (a settembre andrà in mostra al Louvre…). “Sono arrivati gli inglesi”, ci spiegano: hanno cominciato ad acquistare case a due lire. Come per la Toscana (il Chiantishire…), poi l’Umbria e la Sicilia. Vedono lungo “gli inglesi”, un posto così tra qualche anno varrà il triplo. Il mattino dopo, un po’ colonizzati nell’animo, ripartiamo e puntiamo Tricarico. La strada l’attraversiamo in moto con la descrizione di Rocco Scotellaro: “M’accompagna lo zirlio dei grilli, e il suono del campano al collo d’un’inquieta capretta. Il vento mi fascia, di sottilissimi nastri d’argento, e là, nell’ombra delle nubi sperduto, giace in frantumi un paesetto lucano”. Ma nubi non ce ne sono, e il paese natale del poeta-politico è accecato dal sole, con la luce che fa risaltare la somma di stili architettonici e testimonianze storiche. Prendiamo di nuovo l’Appia, con l’asfalto appena rifatto tra i boschi: una goduria. Si passa il valico di Cupolicchio a 1.024 metri, ed è tutto un querceto che scende fino alla base delle Dolomiti Lucane. Si sale ed ecco un altro confine trasparente: siamo in Trentino? No, a Pietrapertosa. Il paese più alto della regione: 1088 metri. Tra guglie e speroni “alpini”. Di fronte c’è Castelmezzano. La strada per arrivarci, sotto Pietrapertosa, è chiusa. Due chance: o si allunga clamorosamente girando attorno alla montagna, oppure… si vola. Detto, fatto. Imbracati a pancia in giù, in meno di un minuto ci mandano letteralmente a quel paese – Castelmezzano - via cavo. Il “Volo dell’Angelo” lo chiamano, e per 30 euro fai la teleferica umana, ti guardi il bel borgo dirimpettaio, e torni, sempre per via aerea. Quasi ora di pranzo, rimessi piedi e gomme a terra, segniamo la meta culinaria: Accettura. Dove “Non si sevizia un paperino”, almeno sul set di Lucio Fulci (1972, protagonista Florinda Bolkan), ma si mangia da dio. Ci arriviamo ubriachi di pieghe, passando per un bosco rigoglioso e fresco, ideale per i picnic. Ci fermiamo da Pezzolla, trattoria presidio di Slow Food. “Zia Isa” e suo figlio Mario ci preparano un piatto di “manate” (pasta) fatte in casa e una costata di manzo podolico, mentre raccontano del “maggio di Accettura”, quando con rito pastorale si sposano simbolicamente l’abete a l’agrifoglio. La moto ci invita – invidiosa – a riprendere il viaggio. Tanto da disidratarsi, anche lei, nelle infinite giravolte della 103 che tocca Gorgoglione, Guardia Perticara, e Corleto Perticara, dove facciamo rifornimento: sulla via ci sono i segni dei temporali estivi, tanto “sporco” antiaderente e il sottobosco che cerca di ingoiare l’asfalto. Questa è la Basilicata selvaggia, dove puoi parcheggiare al centro della carreggiata e aspettare che arrivi qualcuno per ore. E’ un posto intimo di “Italia come doveva essere un tempo”, secondo la citazione di Francis Ford Coppola. Anche se ora ci sono le pale per l’energia eolica, che soffiano modernità sull’orizzonte. Ai margini della foresta di faggi, appena superata Grumentum con i suoi insediamenti risalenti alla seconda guerra punica, ci aspetta un acquazzone tropicale (portate sempre un antipioggia da queste parti!) che ci accompagna fino a Moliterno. Nelle nubi il maestoso castello normanno inchiodato al cielo grigio incute quasi timore, e ci indica la via verso il Tirreno. Passando per… la Scozia. 23 km di prati verde scuro rasati dai greggi di pecore, qualche mucca addormentata in strada, la guida a sinistra perché la carreggiata è troppo piccola per contenere anche una destra! La provinciale 26 sgretola di colpo gli incubi dell’italiano autostradale. Una piacevole cantilena di tornanti fino a Lagonegro, alle pendici del monte Sirino. Famosa incredibilmente solo per l’uscita della Salerno-Reggio Calabria, quando il centro medievale meriterebbe un capitolo a parte. E’ pur sempre il paese dove sarebbe morta e sepolta Monna Lisa nel 1506. Ma sono leggende, e questa è una terra di streghe. Come per un incantesimo lì davanti a noi c’è il Brasile. Ci avviciniamo al mare passando per Rivello, beviamo alla fontanella del lago Serino e guardiamo il Cristo del Corcovado italiano. Il Redentore di Maratea è “solo” 22 metri, un po’ più basso di quello di Rio. Ma è il rappresentante della Basilicata sul mare. Che si è aperta uno spazio sul Golfo di Policastro tra Campania e Calabria e ci ha infilato il Paradiso. Sotto il paesino ricco e colorato di Maratea 30 km di cale e spiaggette, di mare cristallino, grotte e isolette. E’ il sogno di ogni mototurista questo nastro di statale 18 arrossito nel tramonto. Dondolandosi al ritmo delle curve, dopo aver attraversato mezzo mondo in appena 357 km. Di solito la fantasia viaggia così…o il cinema. E alla Basilicata mancano solo i titoli di coda.