martedì 16 marzo 2010

UZBEKISTAN il lago che non c'è più


C’era una volta un lago, un mare, in una zona desertica dell’Asia centrale, pescosissimo, ricco, che dava benessere a tutti i villaggi che vi si affacciavano, garantendo ricchezza e prosperità. Poi, un giorno, un nugolo di burocrati, gretti, ignoranti, che vivevano lontano da quelle terre, controllando lo stato più grande del mondo, decidono a tavolino che la zona, per le sue caratteristiche, si sarebbe ben prestata ad uno sviluppo agricolo su larga scala: coltivazione di cotone! L’inizio della fine.
Le coltivazioni intensive iniziano un lento ma inesorabile processo di desertificazione, l’utilizzo su vasta scala di pesticidi e vari veleni porta alla distruzione ed all’inquinamento delle falde acquifere, alla distruzione della flora, della fauna, all’insorgere di nuove malattie.
Quelli che erano ridenti porti di pescatori in pochi anni diventano villaggi nel deserto con le acque lontane anche 150km dai moli di attracco!!!
Quando la realtà supera la fantasia!!
Il governo Krushow, in qualche decina di anni, consapevolmente, è riuscito a trasformare uno dei peggiori incubi possibili, in un disastro ambientale ed ecologico di proporzioni bibliche.
“oggi viaggi da solo, fai attenzione!!”
Dino, mi si è avvicinato mentre finisco di preparare la moto assorto nei miei pensieri. Siamo a Nukus, a due passi dal confine turkmeno. La strada, ma credetemi questo è un eufemismo, che in 2 giorni ci ha condotto qui, attraversando il deserto del Karokum, in Turkmenistan, ha letteralmente stroncato entusiasmi, forze, desiderio di conoscere, non che distruggendo telai, supporti porta borse di diverse moto del gruppo. L’albergo a Nukus, non di altissimo livello, ha fatto il resto.
Oggi tutti si dirigeranno verso Khiva, fantastica città museo splendidamente conservata, 200km più a est.
Termino le mie operazioni quotidiane e lo osservo senza parlare, sorridendo. Sorride anche lui.
“ci vediamo stasera!”
Vado a Moynaq. Muynoq in uzbeco, Muynaq in russo, più nomi per la città che più di ogni altra porta i segni dell’assurda tragedia del lago d’Aral. L’incubo diventato realtà!
Mi accorgo che le cose cambiano dopo aver attraversato Qongirat: gli ultimi cento km, solitari, vedono peggiorare il fondo stradale, diminuire il traffico.
Anche il paesaggio cambia, questa steppa desertica sembra cambiare colore, l’aria diventa più pesante. Forza dell’immaginazione?
Giungerò a destinazione in tarda mattinata, il caldo è già oltre la sopportazione. I 2 poliziotti all’ingresso del villaggio mi fermano per la registrazione. Non posso fotografarli, me lo dicono più volte ma tiro fuori la reflex e faccio il mio dovere senza che si scompongano più di tanto.



“dove sono le barche?”
“caravelle fish?”
Sullo stesso quaderno dove è comparso il mio nome con le mie generalità, uno dei 2 mi disegna un road book approssimativo per giungere a destinazione.
Pensare che questo era un porto!! Bagnato dalle acque del 4° specchio d’acqua più vasto del mondo!!!
Percorro tutta la via principale e giunto alla fine del villaggio piego a dx, verso….il deserto.
La sabbia aumenta in alcuni tratti rischio di rimanere addirittura bloccato, poi alla fine, compaiono 4 chiatte, abbandonate, completamente arrugginite, incagliate su quello che sembra l’alveo secco di un canale, vana testimonianza dell’ultimo inutile sforzo compiuto alla fine degli anni 80 per tenerli aperti fino alla riva del mare, sempre più lontana!!
Qui c’era il mare!!
Comodamente seduto sulle borse posteriori, trasporto un bambino dal nome impronunciabile che mi dice dove andare, anche se le altre barche sono visibili e le raggiungo in una decina di minuti.


Avevo letto di un capitano che nella speranza di vedere tornare le acque aveva incagliato perpendicolarmente la sua barca, nella speranza che nel momento in cui ciò accadesse potesse tranquillamente riprendere il mare come se nulla fosse accaduto.
Mi fermo a fotografarla, è li, immobile ben tenuta, ma il miracolo non è avvenuto e probabilmente mai accadrà. Si dice che il capitano sia impazzito e vaghi in questo deserto imprecando ordini ai suoi marinai ormai fuggiti chissà dove.
Il livello del mare d’Aral è diminuito di decine di metri, mentre le sue sponde si sono ritirate per più di cento km.
I diversi milioni di ettari rimasti senza acqua, sono diventati un paludoso deserto che è stato chiamato Aral-Kum: il deserto d’Aral. Il mare ritirandosi ha lasciato sul fondo bilioni di sale tossico, pesticidi ed erbicidi, compreso il DDT. Il sale e le sostanze velenose accumulate attorno al lago, nella parte asciutta, vengono portate in giro dal vento per centinaia di km, causando danni irrimediabili alle cose ed alla gente.
Anche il clima è cambiato: estati torride, inverni più freddi, devastanti tempeste di sabbia, sale, polvere con una serie di problemi sanitari infiniti e mortali.
Torno in paese, ci saranno più di 40°, ma non è la temperatura a creare fastidi, ormai sono abituato dopo 2 settimane disidratanti. C’è qualcosa nell’aria che la rende insopportabile. Mi fermo ad un chiosco con una piccolissima pensilina acquisto 2 bottiglie d’acqua e mi siedo in un angolo per non disturbare 2 ragazze che mangiano il loro gelato.
Una è bellissima: maglietta e gonna lunga rosa, occhi e capelli nerissimi.
Bevo, saluto e continuo il mio giro: il palazzo del governo dove è stato sistemato su un piedistallo una barca da pesca e salgo sulla collinetta che ospita un monumento della grande guerra, da cui un tempo si godeva una splendida vista sul lago che non c’è più.
I geologi lo chiamano già il deserto di Aral! Un processo ormai irreversibile.
Sono alla fine della visita. Ma manca qualcosa. Decido di fermarmi per qualche scatto rubato ai passanti. Parcheggio la moto, nei pressi di un condominio. Passerà qualcuno prima o poi.

Il tempo di metter giù il cavalletto e sento una serie di urla festose: venti, forse più bambini mi stanno arrivando incontro ad una velocità ed entusiasmo supersonici. Sono circondato. Tutti vogliono che scatti loro foto: alcuni salgono sulla moto, altri la toccano, altri ancora vogliono vedere la reflex.
Inizio il reportage e quando si rendono conto che la digitale permette di rivedere immediatamente le immagini, scoppia il finimondo. E’ euforia, collettiva.
Uno paio di queste piccole belve tenta di strapparmi la macchina dalle mani, un altro per in spiegabili motivi decide di darmi un calcio. Mi giro e gli do uno scappellotto. Il gioco gli piace ed arrivo il secondo calcio, gli tiro un orecchio. Uscirò sconfitto sotto una sequenza infinita di cortesi pedate, mentre cerco di accontentare tutti e di mostrare i risultati di tanto impegno fotografico.
Ad un certo punto alzando lo sguardo noto che uno dei miei modelli, scendendo dal mezzo, ha inclinato la moto dal lato opposto del cavalletto. 3 soldi di cacio stanno tentando di ribaltarla dal lato giusto. Interrompo le mie operazioni per dargli una mano, prima di essere riassalito.
Le più timide sono le bambine, che però sono anche quelle che gioiscono maggiormente anche delle foto degli altri.
Una delle belve si è impossessata del casco, glielo strappo di mano, altre 2 con velocità incredibile riescono a memorizzare e salvare sul satellitare imprecisati punti del deserto e di quello che resta del lago d’Ara.
Un adolescente in un inglese stentato mi domanda come possa resistere con la giacca e se non sento caldo.
Sono completamente fradicio sotto la mia Ergo, le mani bagnate fanno fatica a tenere saldamente in pugno la mia Fuji.
Ancora qualche minuto ed il momento di partire è giunto.
“ciao!”, me ne esco così, semplicemente. Tutti mi stringono la mano mi toccano, toccano la moto, danno pugni sui bauletti.
Faccio inversione e punto verso sud, venti, trenta paia di occhi mi osservano, mi salutano, scimmiottandomi “ciao, ciao!”
Li osservo: una brezza fresca si è alzata dal mare, i pescherecci stanno rientrando dal mare dopo una nottata fruttuosa di pesca.
Si realizzano gli incubi, ma perchè non credere nei sogni?
All’inizio del villaggio i due poliziotti sono ancora li e mi stanno fotografando con un cellulare.
“niet fotografia?”
“niet. Dasvidanija."