martedì 15 marzo 2011

CORSICA kalliste


“La bellissima” era il nome che gli antichi greci avevano dato alla Corsica, ma il tempo sembra non essere passato e l’appellativo è tutt’ora più che valido. Non ci sono molti angoli del Mediterraneo nei quali trovare un’acqua così trasparente, sabbia soffice e bianca, vertiginose scogliere ed allo stesso tempo paesaggi suggestivi, valli, foreste e montagne ammantate di neve anche in piena estate.


Si dice che la Corsica sia pericolosa, infestata da ladri, con un sistema viario spesso in cattivo stato, diventata cara con l’avvento dell’Euro, con abitanti animati da un fiero isolazionismo che spesso non mantengono un comportamento ospitale. Si potrebbe discutere per ore su giudizi spesso stereotipati, ma una cosa è certa: questo gioiello del Mediterraneo regala una fitta, un crampo alla bocca dello stomaco ogni volta che la si visita. Certo come tutte le isole, immense o sperdute che siano, necessita di tempo e curiosità tenendo presente che anche lei deve abituarsi a noi, affinché non si diventi i soliti turisti da cartolina. Gli itinerari sono spesso costellati di imprevisti ed ostacoli, ma a volte anche di immagini, una più sconvolgente dell’altra. Se la Corsica fosse un luogo mitologico, gli dei sicuramente l’avrebbero scelta come luogo dove trascorrere molto del loro tempo. Nella mia seconda esperienza alla scoperta di quest’isola, avvenuta qualche anno fa, in un bar nella regione della Balagna, uno degli avventori mi raccontò questa leggenda: “Si narra che Dio, un giorno, decidendo di creare un angolo idilliaco dove riposare in pace, prese una parte degli altopiani desertici della Spagna, i fiumi della Germania, le montagne dell’Italia, le foreste della Francia e li piazzò con un colpo deciso nel cuore del Mediterraneo, creando la Corsica.” Il tempo a volte è crudele ed ingiusto con i ricordi: avevo dimenticato quanto potesse essere fantasticamente coinvolgente questa splendida roccia conficcata nell’angolo più azzurro Mediterraneo!!!!           
La prima volta arrivai in Corsica nel 1993 per concedermi qualche settimana alla scoperta di questa vera e propria perla del Mediterraneo e da solo la girai in lungo e largo. Allora rimasi strabiliato dalla straordinarietà del paesaggio, questa miscela tra maestose montagne e coste incontaminate. Allora (quasi 15 anni fa, porca miseria come corre il tempo), al rientro mi risultò molto difficile descrivere la straordinarietà del paesaggio corso: ogni tentativo risultava, sempre, irrimediabilmente ma soprattutto immeritatamente limitato. Oggi dopo 3 tentativi mi trovo ancora nella stessa identica situazione! Tentiamo per l’ennesima volta, ma non garantisco il risultato. 
L’isola è letteralmente attraversata da veri e propri massicci di granito, con cime ben oltre i 2000 metri di altitudine (e con il monte Cito che svetta con i suoi ben 2707 m.!!!), distribuiti lungo una dorsale che percorre l’isola trasversalmente, da nord ovest a sud est e che divide la Corsica in due settori, dei quali il più interessante, a tratti selvaggio, è sicuramente quello di occidente. L’itinerario proposto, si sofferma su questa parte dell’isola, includendo anche il fantastico capo Corse, nell’estremo nord. Arrivando dalla Sardegna, si comprende ancora meglio la straordinaria posizione di Bonifacio. Il centro storico occupa gran parte della penisola che protegge un fiordo che ne fa uno dei migliori approdi di tutto il Mare Nostrum e sul quale i genovesi costruirono una fortezza, cinta da 3 km di mura. La prima parte dell’itinerario si svolge sulla N196 per permetterci la visita di Sartène, “la più corsa delle città corse” come ricorda anche un cartello al suo ingresso. Si continua sulla principale fino alle porte di Propriano dove deviamo verso l’interno per la secondaria D19: la meta è l’Alta Rocca, zona montuosa che raggiungeremo percorrendo la D69 fino ad Aullène che insieme a Zonza divide il primato come più bel villaggio della zona. Se fin qui la strada vi è piaciuta preparatevi alla meraviglia. La D420 che piega verso ovest è un intarsio nella roccia costellata da sorprendenti punti panoramici. Ad onor del vero va detto che tutta la strada fino a Corte è drammaticamente spettacolare, includendo anche la deviazione di Bastelica. Corte, capitale storica e morale dell’isola, è appollaiata pericolosamente su di uno sperone roccioso e rappresenta il cuore geografico della Corsica, amata da Pasquale Poli che per 14 anni vi stabilì la sede del governo e vi fondo un’università. Da qui, via verso il mare che rivedremo solo a Porto attraversando il Niolo, che Maupassant definì: “Patria della Corsica libera, una zona inespugnabile da dove gli invasori non riuscirono mai a cacciare i montanari. Un angolo selvaggio di una bellezza inimmaginabile. Non un filo d’erba, non una pianta: granito, solo granito”.
La picchiata verso il mare è vertiginosa: la strada si contorce prolungando un piacere che pare non finire mai. Le montagne, divenute rosse, precipitano letteralmente in mare, insieme alla D84 ed alle nostre moto!! La costa, il mare, le baie, il mare azzurro, ma non aspettate od implorate una tregua.
La strada che da Porto conduce a Calvi, è davvero straordinaria, costantemente in bilico, sospesa in uno scenografico vuoto, con le montagne  che precipitano in un mare che varia dal turchese all’azzurro più profondo, segnate solo dalla cicatrice della statale che corre a mezza costa. La D81b termina, interrompendo la nostra trans agonistica, di fronte alle splendida cittadella di Calvi. Bastia è ormai vicina ma, a parte l’attraversamento del deserto degli Agriates, con la salita sulla Bocca di Vezzu, il Capo Corso rappresenta una tentazione troppo forte per poter resistere: con la sua costa orientale relativamente dolce e costellata di pittoresche località e quella occidentale, alta e frastagliata, con villaggi e strade arroccati a mezza costa. I Romani lo battezzarono “il promontorio sacro” ed i corsi la chiamano comunemente “l’isula de l’isula” e difatti, può essere considerata un’isola nell’isola, una specie di Corsica in miniatura. Un mondo a parte, chiuso, che si è ricollegato al resto dell’isola solo nel XIX secolo: infatti la strada panoramica, con un asfalto a tratti realmente entusiasmante, fu voluta da napoleone Bonaparte. L’asfalto del dito verrà ingoiato in qualche ora, comprese soste e foto. Accidenti il tempo è scaduto, si torna sul continente.
Colpo d’occhio                                           
Le Calanche traggono il loro nome dalla parola corsa che, come in italiano, significa “cale” o “insenature”, iniziano 7km a sud di Porto e sicuramente rappresentano una delle 7 meraviglie della Corsica. Maupassant, nel 1880 le descrisse così: “una foresta di granito color porpora, rocce dalle sagome strane, monaci, diavoli cornuti, uccelli smisurati, tutto un popolo mostruoso, un serraglio da incubo pietrificato dalla volontà di un dio stravagante”. Secondo una leggenda locale, queste forme fantastiche sono opera del diavolo, che le creò in un impeto di rabbia dopo che una pastorella aveva rifiutato le sue advances.

          

IL BANDITO D’ONORE                                     







Il più popolare di tutti gli eroi corsi è il bandit d’honneur, appunto il bandito d’onore. Coniato durante il XIX secolo, il termine era usato per distinguere i comuni ladri di strada dagli uomini che si erano dati alla macchia dopo aver commesso un omicidio per vendetta. Protetti dagli arbusti impenetrabili o dal granito, questi fuggitivi potevano sopravvivere per anni nelle grotte, tra le rovine o nei rifugi di fortuna accessibili solo attraverso un labirinto di sentieri da caccia. Il vero bandit d’honneur non derubava o assassinava nessuno, eccetto i suoi acerrimi nemici, potendo anche contare sul sostegno dei suoi compaesani, mitizzato spesso come il simbolo dello spirito corso, perché incarnava quel miscuglio di sfida, orgoglio ed indipendenza col quale gli isolani avevano sempre trattato i dominatori. In quanto tali, i bandits erano rispettati, spesso riveriti. Flaubert scrisse di loro: “un cuore grande e coraggioso che batte da solo in libertà nei boschi….più puro e nobile, senza dubbio, della maggior parte delle persone di Francia.” Col passare del tempo però una parte dei bandit d’honneur si diede al bere, al furto, allo stupro ed all’assassinio, nella certezza di essere al di là del raggio d’azione dei gendarmi, facendo emergere una nuova generazione di fuorilegge che iniziò a taglieggiare uomini d’affari e proprietari terrieri. Soprannominati bandits percepteurs, banditi esattori, più che essere dei Robin Hood, sono oggi considerati i precursori della mafia moderna.
A cavallo tra il XIX ed XX secolo, alcune atrocità commesse spinsero la polizia a prendere severi provvedimenti anche se la loro immagine eroica e l’influenza sulla popolazione sono ancora vive.
L’implicita diffidenza nei confronti della legge fece si che un giornalista di una televisione chiedendo ad un contadino: “Che cos’è la giustizia per lei?” ebbe in risposta: “La giustizia? Quello che è giusto…. per me e per i miei.”