lunedì 20 agosto 2018

Alps & Dolomites by Hear the Road, agosto 2018



L'amico Enrico, proprietario di Hear the Road mi ha chiesto di accompagnare un mini gruppo per un giro fra Alpi e Dolomiti, due australiani e due americani, di cui una ragazza. Avevo già avuto esperienze del genere ma facendo da supporto alle agenzie, senza eccessive responsabilità, questa è stata la prima volta come 
guida-accompagnatore unica. Che dire, mi sono proprio divertito, gente simpatica, disponibile, che fra l'altro mi ha dato la possibilità di cambiare l'itinerario che, visto il periodo non era tra i migliori possibili, a causa del cado e di un traffico davvero infernale. Decisamente uno sfogo di creatività stradale-turistico che pare sia anche piaciuto ai partecipanti: che strade!!
Quindi, un grazie sentito a Margareth, Brad, Rick e Tom, scusate ancora per il mio pessimo inglese, spero di aver sopperito, "fiutando" i percorsi giusti!! Spero di avere tempo a breve per preparare un animazione video-fotografica. Intanto questo piccolo contributo fotografico è per voi.
Grazie ancora.











































sabato 18 agosto 2018

Altitudine estreme


Una vera chicca, per intenditori, un itinerario che ha come meta il Salar de Uyuni, ma che porterà a conoscere anche il nord del Cile con la stupenda e rilassante san Pedro de Atacama: deserti policromatici, valli rigogliose, montagne impervie, lagune colorate, canyon spettacolari, arditi passi andini. Per chi se la sentisse poi, sosta prolungata a La Paz per affrontare la famosa e temuta “Carretera de la muerte”! Esperienza indimenticabile per un viaggio da sogno. 



Da “SOGNI”, viaggio effettuato in solitaria nel 2003, 5 mesi, km 30.469


La strada, che dovrebbe essere una statale, si eclissa, scomparendo. Niente, una traccia, o meglio più tracce, senza nessun riferimento, segnale o indicazione. Niente. Solo qualche jeep a cui chiedere informazioni ed il solito pullman che raggiungo ma che perdo sistematicamente fermandomi a scattare foto, tanto da ritrovarmelo dietro dopo un paio d’ore. Speranza, speranza di non perdersi, per poi arrivare, dopo 200km, ai bordi del salares e rimanere a bocca aperta. Il mio rapporto con il salar di Uyuni, era iniziato qualche anno fa con uno shock visivo, protrattosi poi per giorni, avvenuto su una rivista fotografica. Mi ricordo che era stato amore a prima vista “un giorno ci andrò, forse in moto”, rendendomi benissimo conto delle difficoltà. Logico che nel momento in cui vi arrivo, la mia reazione è quella di un bambino al quale hanno fatto un regalo insperato ma desiderato per lungo tempo. Percorro qualche chilometro su di un terrapieno e poi la strada scende nella piana, il pomeriggio sta spingendo il sole verso l’orizzonte. Luci, incredibili! La vista spazia nel niente infinito, mai più pieno di significati: il bianco del sale, l’azzurro del cielo e l’ombra della moto. Mi sento un uomo, solo, fortunato e stupidamente felice. Mi trovo a quasi 3.700m d’altitudine, nella distesa piatta più estesa del mondo con i suoi 12.106 km quadrati. Secondo le recenti teorie geologiche, questa parte dell’altipiano era un tempo completamente sommerso dall’acqua. Trascorrerò 3 giorni, in quello che, considero uno dei posti realmente più incredibili, spettacolari, suggestivi, fantastici che mai mi sia capitato di visitare.” Lo spettacolo in qualunque periodo dell’anno si giunga è fantasticamente suggestivo: quando la superficie si asciuga, le saline trasformano il paesaggio in una bianca distesa accecante dalle dimensioni infinite, quando si ricoprono d’acqua,  si formano degli specchi che riflettono alla perfezione le nuvole ed il cielo blu dell’altipiano, facendo scomparire l’orizzonte.


 


Programma indicativo

Giorno 1, Santiago- Arica 
Arrivo ad Arica, si comincia!!

Giorno 2, Arica - riposo
Giornata dedicata al ritiro dei mezzi ed al relax nelle piscina dell’albergo, probabilmente il viaggio aereo è stato lungo. La città non presenta attrattive particolari, ma è piuttosto gradevole, con un’atmosfera rilassante. Il clima secco e caldo, consente di approfittare delle belle spiagge della città tutto l’anno. Nonostante il suo aspetto, è una delle città più antiche del Cile, fondata nel 1546. Ai tempi d’oro di Potosi, fu uno dei principali porti di transito dell’argento che proveniva dalle miniere dell’interno. 

Giorno 3, Arica- Iquique, km 316
La prima regione del Cile è la più settentrionale del paese, una delle più remote. Primo giorno di trasferimento ed avvicinamento alle bellezze dell’interno. L’arrivo previsto è nella città di Iquique un porto piuttosto importante, capitale sia della Provincia di IquiqueProvincia di Iquiqueche della regione di Tarapacà. Si trova sulla costa del PacificoCosta del Pacifico, ad ovest del deserto di Atacamadeserto di Atacamae la Pampa del Taramugal. un’immensa duna domina la città.  Lo spazio è talmente poco che i nuovi edifici vengono costruiti sulla sabbia. Inversione totale del deserto che mangia la città!! Da piccolissimo insediamento di indios Chango, poi divenuto smistamento di minerali provenienti dalle miniere si è trasformato in un importante centro turistico, che nell’ultimo censimento del 2002, raggiungeva una popolazione di 216.419. molte avenidas con belle case coloniali conservano ancora l’atmosfera del passato.  Inoltre Iquique è uno dei più grandi centri commerciali senza dazio, quindi zona franca, del Sud America,soprannominata Zofri. 

Giorno 4, Iquique- Calama, km 410
Tappa lunga ma completamente asfaltata, assai spettacolare nel primo tratto costiero. Poi deviazione verso l’interno per raggiungere Calama, punto di arrivo della giornata, piccola città poco animata del bel mezzo del deserto di Atacama e passaggio obbligato per l’oasi di San Pedro. Famosa per le sue miniere a cielo aperto che visiteremo all’indomani.

Giorno 5, Calama- San Pedro de Atacama km 92
La mattina visita guidata della miniera di rame di Chuquicamata, la più grande del mondo. Già sfruttata dagli Inca, produce quasi la metà del rame cileno. Lo sfruttamento moderno risale al 1911, quando un ingegnere americano fece installare le prime attrezzature. Lo stato cileno ha recuperato la proprietà delle miniere solo nel 1971. Da lunedì a venerdì, una vista guidata di un’ora e mezza permette di scoprire le diverse tappe della produzione del rame. Visita in pullman veramente appassionante. I punti di forza sono: la mineira Chuqui, lunga 4km, larga 2, profonda 600m, con il suo traffico di enormi camion che trasportano le 600 tonnellate che quotidianamente vengono estratte; la fonderia, quando il rame liquido viene versato negli stampi. Al termine breve trasferimento attraversando il deserto per giungere a San Pedro de Atacama. 

Giorno 6, San Pedro de Atacama riposo
San Pedro De Atacama, splendida, tranquilla oasi ai margini del deserto, dove nonostante ormai si vive di turismo, la vita scorre tranquilla, con ritmi dettati dalla natura, dove le persone sembrano tutte simpatiche, le ragazze sono tutte carine, insomma uno di quei posti dove si torna sempre con piacere e dove si finisce per rimanere sempre più di quanto si prevedesse all’inizio. Ed infatti qui sosteremo 2 giorni. La prima giornata sarà dedicata alla visita delle lagune colorate in Bolivia, con passaggio di frontiera per poi rientrare in Cile. Diverse le opzioni, da alcune ore a tutta la giornata. Il percorso è piuttosto impegnativo quindi per chi non se la sentisse è possibile effettuarlo con mezzi presi a noleggio con autista.

Giorno 7, San Pedro de Atacama riposo
Giornata dedicata alla visita dei geysers del Tatio, una fantastica vallata a 4.300m d’altitudine, 90km a nord di San Pedro, punteggiata da un centinaio di getti di vapore, i più alti del mondo, che al mattino presto offrono uno spettacolo irreale ed allucinante. Partenza alle 4.00 con noleggio di mezzi privati, bisogna essere lì la mattina all’alba, lo spettacolo delle pozze e dei vapori illuminati dai primi raggi del sole è affascinante e vale qualche sacrificio. Nel pomeriggio opzione facoltativa con i mezzi, per la visita alla Valle della Luna, a pochi km da San Pedro, particolarmente suggestiva al tramonto.

Giorno 8, San Pedro de Atacama- Salar deUyuni km 480
Tappamolto lunga ed impegnativa, con circa 400km di fuoristrada. Nessun problema fino al piccolo villaggio di San Pedro, dove finisce l’asfalto.  La parte più impegnativa sarà quella prima di giungere ad Ollague, punto di confine con il Cile. Nel viaggio in solitario nel 2003 che è stata la base sulla quale abbiamo studiato il tour il capogruppo arrivò dalla stessa direzione su questa che è la distesa piatta più estesa del mondo con i suoi 12.106 km quadrati, dove la vista spazia nel niente infinito a quasi 3.700m d’altitudine. Va ricordato che siamo al limite della stagione delle piogge e potrebbe piovere e tanto, ma lo spettacolo in qualunque periodo dell’anno si giunga è fantasticamente suggestivo: quando la superficie si asciuga, le saline trasformano il paesaggio in una bianca distesa accecante dalle dimensioni infinite, quando si ricoprono d’acqua si formano degli specchi che riflettono alla perfezione le nuvole ed il cielo blu dell’altipiano, facendo scomparire l’orizzonte. Noi comunque seguiremo la strada delle miniere che lambisce nella parte meridionale il salar che visiteremo all’indomani. Giungendo ad Uyuni, poco prima dell’ingresso in paese non dimenticate la visita del museo ferroviario. Consigliato l’arrivo al tramonto quando le luci diventano quasi irreali. Scatti indimenticabili garantiti. Pernotto in un hotel sito in un contesto scenografico indimenticabile: siamo su un’altura che domina la distesa di sale, luci mozzafiato!! 

Giorno 9, Salar de Uyuni, escursione nel salar, circa 150km
Attraverseremo il Salar entrando all’altezza del piccolo villaggio di Colchani, fino all'isola Inka Wasi chiamata anche isola de los pescadores (le entrate sono a carico dei soci partecipanti), avamposto collinoso, coperto da cactus giganti, situato nel suo centro. Di ritorno, ancora sosta nell’Hotel  per l’ennesimo tramonto da cartolina! Pranzo nella Isola del Pescado tipo pic-nic

Giorno 10, Salar de Uyuni- Potosi km 420
La strada che da Uyuni si dirige verso nord-est in direzione Potosi, è punteggiata da miniere abbandonate, altre ancora in funzione in un paesaggio incredibilmente multi cromatico, costantemente oltre i 4000m. La strada  di circa 400km, rigorosamente sterrata, facilmente percorribile con buone condizioni meteo, regala comunque paesaggi fantastici, una straordinaria giornata di moto ed incontri. Ed a fine giornata, l’arrivo alla miniera boliviana per antonomasia, magnifica nella sua scenograficità, sogno, incubo, girone da inferno dantesco: il Cerro Rico che domina Potosi. 

Giorno 11, Potosi giorno di riposo
Visita della città ed alle miniere del Cerro Rico.
“Sono la ricca Potosì, Il tesoro del mondo E l’invidia dei re”
Potosi e le sue ricchezze. 
Potosì, già, la città che contribuì al sorgere del capitalismo in Europa. E’ praticamente impossibile parlare del processo di spoliazione del Sud America senza parlare di Potosì. Quando gli spagnoli arrivarono nell’impero Inca, il Perù non era più l’agognato paese della cuccagna. I giacimenti d’oro e d’argento furono presto esauriti. Fu dunque nell’alto Perù, la Bolivia appunto, che gli spagnoli fecero centro, vinsero la lotteria, trovarono l’asso pigliatutto! Nel 1545 avviarono lo sfruttamento della montagna rossa di Potosì situata a 4000m d’altezza: il più grande giacimento d’argento della storia dell’umanità!! Molti riconoscono che Diego Hualpa, il quechua originario di Cuzco che scoprì l’argento del Cerro Rico, aprì con esso il vaso di Pandora. Probabilmente non si rendeva conto di quello che avrebbe scatenato, nel momento in cui rivelò la sua scoperta a Centano, uno dei tanti avventurieri spagnoli dell’epoca di Pizarro. Il Sumaj Orcko, il monte più bello, così lo chiamavano i quechua, si rivelò una miniera così favolosa che Carlo V nel 1555 elevò Potosì al rango di città imperiale. Il filone nei 3 secoli di sfruttamento avrebbe prodotto abbastanza da pavimentare d’argento una strada a 2 corsie fino a Madrid! Gli spagnoli lo soprannominarono, a giusto titolo, Cerro Rico, collina ricca. Alla fine del XVI sec. Potosì con 160.000 abitanti, era diventata la città più grande dell’America ed era più importante di Parigi e Londra. Gli storici concordano su un punto: il flusso d’argento delle miniere di Potosì verso l’Europa fu la “conditio sine qua non” dello sviluppo del capitalismo, ma a che prezzi! La macchina del capitalismo nascente, venne alimentata con il sacrificio di migliaia e migliaia di indios e più tardi di schiavi negri. Quanti furono i morti?  Che importa” rispondevano i sovrani europei, ben contenti di questa montagna di argento che portò due volte alla bancarotta il regno di Spagna, che s’indebitò e scialacquò a mani bucate, tanto che alla fine i veri beneficiari furono i paesi del nord Europa. Un processo definibile come “accumulazione originaria del capitale”, un’iniezione di liquidi inimmaginabile equivalente a 50 miliardi di dollari, valore aggiornato al 1970 (30.000 tonnellate, ma c’è chi dice che furono quasi 45.000!!), il tutto, fra i secoli XVI e XIX! Viste le dimensioni dell’economia europea dell’epoca, corrisponde ampiamente a diversi “piani Marshall”. Quanti furono i morti? Sempre la stessa domanda. Il calcolo approssimativo arriva fino alla spaventosa cifra di 8 milioni!!! Un genocidio che vide vittime, indios Aymarà, quechua e neri importati dall’Africa con la tratta degli schiavi. La “mita” era il lavoro forzato e gratuito eseguito a turni nelle miniere in condizioni spaventose. Ogni anno decine di migliaia di indios e schiavi morirono di sfinimento o avvelenati dalle esalazioni di mercurio utilizzato nella lavorazione dell’argento. Eppure il sistema e il nome “mita”, erano stati copiati dalla mita degli Inca. Ma mentre i figli del sole erano tenuti a lavorare 2 o 3 anni per il loro padrone, una sorta di imposta reale, gli spagnoli organizzarono giganteschi esodi della popolazione proveniente dalla comunità quechua ed Aymarà delle valli e dell’altipiano. I contadini furono obbligati a diventare minatori. Con le terre ormai prive di braccia, il fragile ecosistema degli altipiani fu irrimediabilmente distrutto e tutta l’economia della regione si concentrò intorno a Potosì. Così sorsero Buenos Aires e Lima-El Callao, autentiche città portuali destinate a regolare il flusso d’argento e di merci tra America, Europa ed Africa. E’ chiaro che i minatori lavoravano sotto terra fino a morirci, altro che “mita Inca”!! Ben presto si dovettero importare uomini dall’Africa per carenza di mano d’opera! L’argento delle miniere diede grandezza alla Spagna e fece sorgere i suoi favolosi palazzi, soprattutto a Siviglia dove si trovava la Casa di Contratacion che guidava il valzer dell’argento, degli schiavi e delle merci. L’economia europea in piena espansione grazie al “cash flow” procurato dall’America, generò allora un nuovo capitalismo. Probabilmente nelle facoltà di economia le cose vengono spiegate in modo diverso! All’epoca Potosì era la Bisanzio americana. E’ evidente, e lo dicono numerosi storici, che l’Eldorado era Potosì. Non valeva la pena di andarlo a cercare in Amazzonia! Lo sfruttamento andò avanti fino alla metà del XVIII sec, quando la montagna i cui giacimenti sembravano infiniti, cominciò ad accusare i colpi dello sfruttamento fino ad esaurirsi. Ne furono scoperti altri in Perù e Messico e Potosì decadde rapidamente, tanto da ridursi nella prima metà del XIX sec a soli 10.000 abitanti. Le miniere sono ancora in funzione. Dal 1952, anno in cui i minatori si ribellarono allo Stato, una cooperativa gestisce il lavoro nella impressionante miniera, il Cerro Rico appunto, che domina la città, dichiarata patrimonio dell’umanità. Orari massacranti, una mortalità elevatissima, con i medesimi problemi poi che, sebbene il lavoro sia ora gestito autonomamente, i prezzi sono sempre e comunque controllati dalle grandi compagnie internazionali. Un sacco da 50 kg viene pagato pochi euro e per il fabbisogno sono necessari circa 800kg, raccolti in 3-4 settimane di lavoro massacrante, svolto con gli stessi sistemi, materiali ed attrezzature, di quando gli spagnoli controllavano il mercato dell’argento in Sud America, e stiamo parlando di 300 anni fa. La visita guidata alle miniere, anche se alquanto faticosa, serve a rendersi conto delle estreme condizioni in cui operano i minatori, costretti ad un lavoro disumano per necessità. I turni sono da 4 ore, al quale segue un’ora di riposo e così via fino a che se ne può, masticando coca ed uno strano prodotto chiamato lejia (calce) una specie di aggregante che ne accellera gli effetti e che permettono di resistere per tanto tempo a queste profondità. A tutt’oggi circa 5000minatori, di cui 300 donne lavorano nelle viscere del Sumaj Orcko, il monte più bello in lingua quechua. L’argento si è ormai esaurito da tempo sotto i terribili colpi inferti all’economia ed alle popolazioni locali dagli spagnoli nei 300 anni (1545-1825) in cui controllarono il territorio. La ricerca si è ora spostata soprattutto verso lo stagno, il “metallo del diavolo”, ma anche su zinco, piombo e rame. Si va in pensione a 65 anni con una pensione di circa 500-600 bolivanos, ma il nemico più terribile è la silicosi, che già dopo 10-15 anni di lavoro in queste condizioni, mina inevitabilmente i fisici di questi disperati. Quando questa malattia ha intaccato il 50% delle capacità polmonari, si può chiedere una pensione anticipata per invalidità, ma i controlli dello stato, spesso sono volti a ritardare il più possibile questa eventualità, ovviamente per questioni economiche. 

Giorno 12, Potosi– Sucre, km 125
Breve tragitto, completamente stradale, per concedersi nel corso della stessa giornata la visita di questo gioiello della zona, Sucre appunto, dichiarata patrimonio dell’Unesco. Ogni boliviano che conosca Sucre, la decanta come la città più bella di tutta la nazione. Per questo i suoi abitanti le hanno dedicato alcuni romantici soprannomi: “l’Atene americana”, “la culla della libertà” o “la città bianca delle Americhe”. Posta a 2790m d’altitudine, gode di un clima mite e gradevole, incastonata in una valle circondata da bassi rilievi, ospita diversi musei, chiese ed antichi edifici coloniali. 

Giorno 13, Sucre- La Paz, km 490
Percorso completamente stradale, gli sterrati ormai sono alle spalle, a partel’opzione della spettacolare “La Paz- Coroico”, ma la Bolivia, fantasticamente continua lentamente a mostrarsi in tutto il suo fascino. La strada sempre in altura, percorre un altipiano punteggiato da villaggi sparsi.

Giorno 14, La Paz sosta
Visita della città. La Paz è la capitale più alta del mondo, una delle poche che abbia i quartieri commerciali e residenziali situati più in basso delle favelas che le dominano. La spiegazione risiede nel fatto che 7-800m di dislivello, a queste altitudini, possono migliorare di molto la vita quotidiana dei singoli e naturalmente a beneficiarne non possono essere che le classi più abbienti. La città è bellissima: vanta una delle cornici naturali più attraenti del mondo, città panorama in degna compagnia di Rio de Janeiro, Città del Capo, San Francisco ed Honk Kong.Visita delle Rovine di Tiawanaco. 

Giorno 15, La Paz- Coroico-La Paz km 180
Oggi è il giorno dedicato “Carretera de la muerte”, La Paz- Coroico, una strada con un dislivello pazzesco immersa nella selva boliviana,  80 km da brivido!  Da qualche anno l’apertura di una strada parallela ed asfaltata, ha alleggerito notevolmente il traffico, rendendola anche più sicura, niente più camion e molti ciclisti che l’affrontano in discesa. Noi invece arriveremo per asfalto, per poi tentare la risalita verso la capitale boliviana. Giornata umida ma, speriamo indimenticabile. Prevedere le condizioni meteo è piuttosto difficile ma potremmo stabilire di anticipare la tappa al giorno precedente.

Giorno 16, La Paz- Tambo Quemado- Arica, 550km
Ultimo giorno in Bolivia, siamo quasi alla fine del viaggio. Tappa assai lunga ma, anche questa, estremamente spettacolare. Proprio il punto di confine con il Cile ci riserverà un’altra sorpresa paesaggistica. Transiteremo dal Parque National Salama, che una volta passato il confine prenderà il nome di Parque National Lauca. Il Lago Chungara, il più alto del mondo con i suoi 4500m, dominato dalle cime perennemente innevate dei vulcani Parinacota, Pomerata, Salama e Quisiquisini, con il primo che si specchia nelle sue acque verde smeraldo,  rappresenta una delle immagini simbolo del paese. Poi iniziando la discesa verso il mare lambiremo Parinacota. Da qui è possibile vedere, se si è fortunati, il vulcano Parinacota, che indossa fantasticamente un cappello di ghiacci ben oltre i 6000m. Un posto da sogno. Il parco nazionale più bello del Sud America, recitano in coro guide e depliant pubblicitari!! Ancora impressioni dal viaggio in solitaria del capogruppo del 2003: “Nell’itinerario inserisco un breve tratto già percorso all’andata, che non mi aveva dato grandi soddisfazioni fotografiche, spettacolare per gli scenari e con la possibilità di pernottare nel punto più alto di tutto il viaggio. Parinacota è, sicuramente, un altro punto saliente dell’itinerario. Questo piccolo, minuscolo villaggio, inserito in un paesaggio da highlands scozzesi a 4395m (!!) è sicuramente il punto più vicino anche se non molto confortevole al Parque National Lauca, posto al confine tra Cile e Bolivia: il Lago Chungara, il più alto del mondo con i suoi 4500m, dominato dalle cime perennemente innevate dei vulcani Parinacota, Pomerata, Salama e Quisiquisini, con il primo che si specchia nelle sue acque verde smeraldo, ne rappresenta l’immagine simbolo. Qui, come detto, tornerò per ben 2 volte sempre per il solito tema delle foto, inserendolo come punto di sosta sia all’andata che al ritorno, anche se a dirla tutta, entrambi i tentativi si sono risolti in un terribile fiasco fotografico, tale da non avere che poche testimonianze degne di tanta spettacolarità. Il villaggio di Parinacota, che in Aymara vuol dire “posto dei fenicotteri” è sicuramente il posto più elevato dove ho trascorso la notte. Da qui è possibile vedere, se si è fortunati, il vulcano Parinacota, che indossa fantasticamente un cappello di ghiacci ben oltre i 6000m. Degno corollario, mandrie di lama e stormi di fenicotteri rosa! Un posto da sogno. Il parco nazionale più bello del Sud America, recitano in coro guide e depliant pubblicitari, anche se personalmente continuo a preferire il Parque National Torres del Paine, sempre in Cile, ma molto più a sud, in Patagonia. Credetemi, ce l’ho messa tutta. Oltre a ritornarci per 2 volte, ho praticamente conosciuto e parlato con tutti gli abitanti del villaggio (bello sforzo, direte voi, sono 5 famiglie!!), ho dormito in baracche di fango, con la temperatura che di notte anche d’estate, scende di parecchi gradi sotto lo 0. Ma non c’è stato niente da fare. Solo al secondo tentativo, mentre mi godevo gratuitamente insieme a tutti gli abitanti, un incredibile tramonto, il Parinacota, come tutte le stars volubili e capricciose, si è mostrato, assumendo una serie di colori impressionanti, dall’arancione all’ocra. Una mezz’oretta di spettacolo, ma di quelli che sicuramente si fatica molto a dimenticare, le dita rattrappite dal freddo che ormai non si sente più, avvinghiate alla reflex ormai inutile nelle mani, pensando solo a quante varietà di rosso possano esistere e perché per scoprirle si debba andare così lontano da casa.Da qui una fantastica picchiata verso l’oceano ed Arica, punto di arrivo del viaggio. In poco più di 150 km, su un percorso splendido, scenderemo dai quasi 4500m del lago Chungara al livello del mare. 

Giorno 17, Arica- Santiago
Partenza.