sabato 17 aprile 2010

SUD AMERICA sogni


Sud America: quattro mesi e mezzo, più di 30000km, almeno 10 passi oltre i 4000m, un mese e mezzo trascorso oltre i 3500m, incontri, cordialità, delusioni, sofferenze, miseria. Questo, in 2 righe, il sunto di una delle esperienze più affascinanti che un moto turista possa sognare. E questo, è lo sconclusionato diario, il risultato sgrammaticato del mio vagabondaggio.

126 giorni!! 126!! 4 mesi. Un delirio di km, di incontri, esperienze, conoscenze, delusioni, certezze, conferme, momenti tristi, altri di una bellezza irripetibile. 4 mesi che a volte sono pesati come un macigno ma, una volta terminati, lasciano in bocca quell’inconfondibile odore, sapore, che molto assomiglia a qualcosa che si avvicina definitivamente al rimpianto, anche se la destinazione finale stavolta, porta a casa, dagli amici, la famiglia. 126 giorni!! Ma il Sud America e così, ed ogni volta che ci passo ci ricasco come il più classico dei polli.
Penso queste cose mentre in compagnia di Lusiana, splendida esotica 24enne, Danielle, altrettanto straordinaria nella sua pelle mora e Maurizio, sicuramente il meno attraente del gruppo, sto assistendo dalle tribune più popolari, alla prima serata del carnevale nel Sanbodromo di Rio De Janeiro.
Eppure le cose non erano cominciate, come al solito dirà chi mi conosce, nel migliore dei modi, anzi stavolta avevo avuto l’assoluta, matematica, sconvolgente, purtroppo triste certezza: la causa di contrattempi, ritardi, complicazioni burocratiche, è il sottoscritto, l’unico, il solo responsabile di giorni e giorni di attesa.
Un vero e proprio catalizzatore di sfiga. Eppure stavolta sembrava tutto organizzato nei minimi particolari, illudendomi di avere pianificato quasi tutto, anche perché, supportato ampliamente dalla rivista.
Illuso!!
Niente di più lontano dalla realtà. Impotente di fronte alla crudeltà degli eventi, in attesa degli ultimi documenti, mi vedo perfino costretto a partire per il nord, per rosolarmi sulla spiaggia di Ipanema a Rio, a trascorrere una splendida, interessante serata, invitato da amici di amici nella favela del Vidigao, una splendida baraccopoli edificata su uno degli scenari più fantastici del brasile, niente a che vedere con la sconfortante deprimente, allucinante miseria che si osserva dalla BR 116, la Dutra, la strada che mette in contatto San Paolo con Rio, sogno proibito di tanti. I 10-15km che precedono una delle città panorama più conosciute e fantasticate del mondo, sono un vero e proprio campionario di come la miseria umana possa abbrutire le condizioni sociali dei singoli. Nei primi giorni la cosa che più mi colpisce, che lascia il segno, è comunque questa estrema miseria, sempre presente alla vista. La faccia della miseria in Brasile cammina senza scarpe, con sguardi ostili, tristi. Dura da accettare, ancora più dura da comprendere ed ancora più assurdo vedere come la situazione sia ormai un virus che non lascia speranze, in tutto il Sud America. Alla fine comunque, ma sempre con le solite 2 settimane di ritardo riesco a partire. Un pò più complicata del previsto l’uscita da San Paolo ma finalmente riesco ad imboccare la Br 116 e scendendo dalla Sierra becco la prima multa. Il falco e appostato ad una curva in discesa e l’agente preposto a redigere i verbali, una volta visto il passaporto sembra sinceramente, seriamente dispiaciuto. La multa sarà spedita alla BMW (meno male!). Cananèia il porto più antico del Brasile, le grotte di Iporanga e le prime difficoltà. Qui la pioggia si manifesta con degli scrosci sorprendentemente improvvisi per rapidità ed intensità.
Valanghe d’acqua che a volte non ti danno il tempo neanche di indossare la tuta antipioggia. Ed è proprio in una situazione del genere che vengo ospitato da Cornelio, Alverto e Roul che vivono sulle colline appena fuori Apiai’, nella parte meridionale dello stato di San Paolo, con le loro famiglie, in favellas di campagna, umili, molto umili ma dignitose. Mi offrono caffè e cerchiamo di socializzare su basi linguistiche non propriamente simili. E chi dice che le lingue latine si assomigliano tutte!! Altra caratteristica è che il terreno come riceve un pò d’acqua diventa una specie di argilla scivolosa ed appiccicosa dalla quale e assai difficile districarsi. Morale: anche 20km di sterrato possono trasformarsi in un’impresa e costringerti a deviazioni di decine di km!! Anche se grazie ad una di queste, avrò l’opportunità di fermarmi nella sconosciuta Itapaeva, e rifocillarmi nella churrascaria “Querencia Gaucha”: asado spettacolare ed a volontà.
Il tempo non mi assiste, anzi. In compenso la cataratta di Iguazu, visitata 3 anni prima, ma solo dal versante argentino, nonostante il lato brasiliano offra una striminzita passerella di appena 1.2km riesce ancora una volta ad entusiasmarmi facendomi capire che popo’ di errore sia stato commesso, ignorandola nella visita precedente. Il ponticello, di misteriosa costruzione, va a finire direttamente nella Garganta del Diablo, la parte più suggestiva ed impressionante.
Un’esperienza allucinante, maestosa e bagnata. Assolutamente da non perdere!!
Iguazu, in lingua guaranì, significa “grande acqua”, nome quanto mai appropriato, visto che più di 200 cascate si riuniscono su un fronte di 2.5km in mezzo ad un’esuberante vegetazione tropicale.
In compenso, il turismo e arrivato anche da questa parti. Quindi non più libero accesso alle passerelle, ma filtro del centro informazioni, da cui partono le navette per l’interno del parco.
Appena 3 anni fa era possibile entrare in moto ed accamparsi a 500m dalla Garganta: le zanzare erano a dir poco devastanti nella loro feroce aggressività vampiresca, ma in compenso ed in maniera assolutamente gratuita, la mattina presto si poteva essere i primi nella visita, prima dell’afflusso di massa.
Anche così, però, è un bel vedere, garantito!!
L’entrata in Argentina, apre un capitolo a cui tengo molto e che mi tocca direttamente.
La domanda ricorrente è quasi sempre la stessa: “Si sta bene in Italia?”
Come se il nostro paese fosse il barometro per controllare la temperatura di questa terra, cosi stramaledettamente piena di ricchezze, ma continuamente tradita da una serie impressionante di ladroni che si sono succeduti al governo con una frequenza ed un’assiduità talmente impressionante da stupire perfino il Sud America.
Corallito, strano nome, ma che qui sanno bene cosa significhi: il dicembre 2001, improvvisamente, dal giorno alla notte, il peso perde gran parte del suo valore (fino ad allora sopravvalutato da un cambio paritario col dollaro!!). L’economia argentina sotto il peso dei debiti contratti, subisce un durissimo colpo. Tutte le banche interrompono l’emissione di denaro e bloccano tutti i titoli in portafoglio.
E’ il tracollo!!
A distanza di 3 anni, i risultati sono visibilissimi: molte attività costrette alla chiusura, disoccupazione, un’inflazione superiore al 25%, anche se non si possono avere dati certi, grazie anche all’emissione di strane obbligazioni, assurdamente emesse dallo stato e dalle varie province, che sostituiscono la moneta corrente, ma che di fatto non hanno nessun valore, a volte anche da una regione all’altra.
Solito modo per risolvere, complicandole ancora di più, le cose. Un vero disastro, che mi lascia il cuore gonfio di tristezza e di preoccupazioni per un futuro che io personalmente vedo assai grigio, no peggio.
Le elezioni sono imminenti, ma non ci sono partiti distinti, solo una corrente, il peronismo, con più candidati, con a capo il redivivo Menem, una banda di chorros (letteralmente “ladroni”), pronti a spartirsi gli ultimi resti della torta.
E la gente? Passivamente, dopo aver perso molto, in alcuni casi moltissimo, sperano nel miracolo.
Soli in pochi casi ho visto rabbia e consapevolezza della gravità della situazione. Molti chiedono il pugno di ferro, ed in un solo caso, a Baires, un ragazzo di circa 25 anni, mi dice che l’unica speranza sta in un movimento di massa che sposti definitivamente gli equilibri, ma in un paese che sta vedendo letteralmente scomparire la classe media, e davvero un problema di non poco conto!!
Ripenso all’amico Francesco che nello stesso periodo sta viaggiando in moto per il Sud America, ripercorrendo il viaggio iniziatico di Ernesto Guevara, e penso che sarebbe il caso di trovarlo un nuovo Che!!
3 anni fa, in 17000km eravamo stati fermati solo un paio di volte e sempre per curiosità. I primi 2 giorni sono un incubo: 6-7 controlli con evidente interesse ad alleggerirmi di pesos, per giunta riuscendoci anche 2 volte, porca troia, aggiungerei!
Arrivo a Rosario e la Villa (si pronuncia viglia) e lì, propaggine urbanistica di un misero benvenuto.
E’ incredibile quanto si siano estese le baraccopoli in questi ultimi 3 anni. Al semaforo mi fermo.
3 ragazzi lavavetri sono lì. Uno, da lontano, mi chiede da dove vengo.
Gli rispondo, non capisce, inizia ad avvicinarsi voltandosi verso l’altro che invece ha capito: “Italia” gli dice.
Lui mi accende un meraviglioso sorriso di 4, forse 5 denti ed iniziamo a parlare mentre scatta il verde. Intanto e arrivato anche il terzo che comincia a lavarmi il cupolino. Gli spiego che è fatica sprecata, tempo 2 ore e sarà sporco come prima. Le luci del semaforo continuano a cambiare e le macchine defluiscono a dx e sx.
Calle Italia, comincia 4 quadre sulla dx per poi arrivare in centro dove mi attende Romina. Alla fine ed all’ennesimo verde riparto.
Percorro qualche incrocio, poi penso ma sì, volto a dx ed imbocco la Calle dal suo punto più misero per vederla lentamente cambiare in una metamorfosi sociale.
Le tappe di avvicinamento alle Ande sono comunque di una noia mortale: pampa, prateria, pianure qualsiasi nome vogliamo usare, il risultato e’ sempre lo stesso, km e km di asfalto srotolato su una terra che non offre freni visivi e tantomeno, spunti fotografici, che fino ad ora, devo riconoscere, non si sono ancora manifestati. Speriamo con le montagne!!
Mi piace osservare, guardare.
Mi aiuta a capire più in fretta credo. A Cordoba, mi fermo per visitare l’amico di vecchia data Juan Carlos ed anche perché, i documenti dal Brasile, sì, ne mancavano ancora alcuni avete capito bene, tanto per cambiare tardano ad arrivare. Juan ha un’officina a 2 km dal centro, in una calle secondaria, rispetto alla principale che defluisce verso la Canada (Cagnada), il fulcro nevralgico di questa città di 1500.000 abitanti.
Anche qui gli effetti della crisi sono ben visibili, purtroppo.
In 2 giorni di vana attesa, avevo già notato lo strano movimento di un tale, poi identificato come Jorge, sul lato opposto della via, con uno sgabuzzino pieno zeppo di cianfrusaglie.
“un rigattiere, a cui nulla fa neanche la crisi di questo periodo!”
“un terribile venditore!”
L’ultimo pomeriggio, entra in officina e una volta saputo che sto per partire, lancia la sua incredibile, surreale offerta. Parte alla lontana: “se ti do un regalo (ormai siamo in confidenza!), tu me ne mandi uno dall”Italia?”
“che vorresti?”
“no, ascolta, io ti do un cabrito”
Lo guardo, Juan Carlos e Juan, il suo assistente tuttofare, hanno interrotto il loro lavoro, lo osservano per poi riprendere le loro occupazioni.
Ripenso alla capretta legata al davanzale del balcone con un ciuffo d’insalata ed il cartello vendesi.
Cerco di farmi spiegare dove, eventualmente, dovrei sistemare il mammifero.
Piu tardi Juan mi spiegherà che ne ha 2 e che gli stanno costando troppo per il mantenimento!!
Dopo Cordoba, in teoria dovrebbe iniziare la parte più interessante e suggestiva del viaggio che mi porterà in Perù, transitando dal Nord del Cile e dalla Bolivia.
La cosa appare subito chiara anche semplicemente osservando la moto, sulla quale oltre ai già ingombrantissimi bagagli, sono adagiate sul retro, con una classe da berlina di media categoria, 2 gomme di scorta, dato che una volta passato il confine sarà praticamente impossibile trovare coperture di questa misura.
Una moto di grandi dimensioni o un’utilitaria dagli spazi contenuti?
E’ un dubbio che assale anche i numerosi interlocutori che mi capita di incontrare per strada.
Il tempo continua ad essere pessimamente piovoso tanto da costringermi a chiedere informazioni alla stazione di polizia di Chilecito sulla transitabilità dei passi per il Cile.
La priorità va al Passo di Sico, ma con questo tempo mi sento di accettare qualsiasi opzione.
Le informazioni ricevute mi danno la sicurezza che i tutti e 3 i valichi che mi interessano sono transitabili, anche se come al solito il passo de Sico (quello che ritengo il più spettacolare), nella classifica stilata personalmente dalla policia militar argentina è all’ultimo posto a causa della scarsità di traffico e delle condizioni della strada. Arrivato a Salta, alla fine decido di tentare. San Antonio de los Cobres mi accoglie con una luce straordinaria ed un vento da abbattere un mulo come si suol dire in Patagonia.
Ed il giorno dopo? Ecco quello che ho scritto a caldo un paio di giorni dopo.
Passo Sico!!! Finalmente sono alla frontiera: 140km di fuoristrada di cui 90 pazzeschi, impegnato a rimanere in piedi, immerso in nuvole di polvere dello stesso spessore e consistenza del borotalco, con il contakm impegnato in un allucinante rallentatore, una moviola della distanza.
Cazzo, non ce la faccio!! Eppure fino al primo passo era filato tutto liscio, sterrato sì, ma fattibile. Una volta valicati i 4500 e dispari m dell’Alto Chorrillo, l’inferno. Una piana desertica e questo sabbione che non finisce mai. Peccato perché, il paesaggio e di una straordinaria, incomparabile, unica bellezza.
Si viaggia a più di 4000m, fra montagne colorate e lagune di sale immense!
Arrivo al controllo frontierizo e sono finito, un’ombra, una macchia nera nell’allucinante bagliore del riverbero solare.
Mancano ancora 250km, di cui solo gli ultimi 80 asfaltati. Se sono tutti come gli ultimi non ce la faccio, realizzo l’incredibile realtà.
Chiedo della pista ed il gendarme: “mucho viento arriba!”
Infatti! Ripenso al giorno prima, quando facevo fatica persino a stare in piedi.
Fottuto!!
Decido di tentare fino al passo per vedere le condizioni della strada e del vento. L’uno e l’altro migliorano decisamente.
Sono stanchissimo, ma ora per lo meno si può proseguire. Arrivo al controllo fitosanitario Cileno dopo circa 40km.
Patente per un carabinero e controllo: il ragazzo mi dice che devo aprire i bagagli. Cerco di spiegargli che disarmare la moto, con gomme, borse e compagnia bella è una cosa complicata e faticosa, soprattutto faticosa per me che a questo punto della giornata faccio fatica a tirar fuori anche il fazzoletto dalle tasche.
Lapidario: “purtroppo e’ la legge”
Morale, mi fa aprire solo i bauletti, operazione semplice, ma che richiede l’asportazione di tutte le borse e delle gomme.
“muchas gracias y suerte”, lasciandomi da solo a riavvolgere l’impolverato involtino dei miei 4 mesi di vita errante. 
Il carabineros uscito per alzare la sbarra ha assistito a tutta la scena. A volte le parole non sono necessarie. Mi si avvicina, mi da una mano a rimontare il tutto aggiungendo alla fine: “che cazzo potrà mai portare uno che va in giro in moto!”
La polvere e dappertutto. Gli chiedo se ha dell’acqua per sciacquarmi. Entro nella guardiola, dove stanno mangiando.
“buon provecio”.
Come anche le giornate peggiori possono cambiare. Discutendo mentre mi versa acqua da una caraffa per lavarmi le mani, lo informo che e’ la terza volta che visito il Cile e che una delle cose che preferisco è il pescado.
Mi guarda: “quiere pescado?”
Non mi da neanche il tempo di rispondere che mi ritrovo seduto al tavolo apparecchiato con la rapidità di un cameriere estivo nei locali di Riccione: pescado con riso, insalata di cipolle piccante e macedonia. Mi dice che questo è il servizio di gendarmeria fronterizio cileno.
“manana vuelvo, que tiene en el menu?”
Siamo in 4 a tavola, risa generale con la conversazione che va avanti, fino a quando, purtroppo mi rendo conto che la strada e’ ancora tanta. L’amico, si chiama Wilfredo, mi accompagna alla sbarra: “per strada troverai 2 salares da panico per le tue foto e per il vento, non preoccuparti, da adesso diminuisce”. Nei salares c’erano anche i fenicotteri rosa!! Wilfredo se ne era dimenticato! La mattina dopo, parto da San Pedro de Atacama molto tardi, stò Passo de Sico mi ha davvero succhiato via le forze. 
Guido per un’oretta in questo deserto e dopo neanche 80km mi fermo nel niente assoluto, mi sdraio nel deserto e rimango in contemplazione del nulla, nella speranza che il calore possa darmi un po’ di ghana per continuare. Ho già deciso che mi fermerò a Chui-Chui dove inizia l’ennesimo sterrato direzione Bolivia, altri 400km di incognite. Tento la visita a Chuquicamata, la più grande miniera del mondo a cielo aperto, un posto piuttosto impersonale, ma le visite guidate partono alle 8.30 della mattina, sono fuori tempo massimo. Tento di oltrepassare con una disinvoltura sfacciatamente distratta la puerta 1, l’ingresso principale, ma vengo gentilmente fermato e rispedito al mittente. Già il mittente, ma dove. 
Sono cotto, fatto. Mi fermo a Calama ed a un distributore, un cliente ed i 2ragazzi che ci lavorano mi dicono che a Ollague, punto di confine, troverò benzina (ricordatevi di questa per farvi 2 risate in seguito) e che tutto sommato la strada non e’ niente male. Riparto ed arrivo a Chui-Chui, una delle più belle oasi del deserto di Atacama, con la sua chiesa coloniale del 1611, la più antica del Cile.
Sono circa le 16.00. Pregunto e sì, meno male, c’e’ un hostal. Seguo la principale, non che ci sia molto altro in verità, arrivo, parcheggio, busso, entro, mi accoglie una signora dalla faccia simpatica che però mi dà la peggiore delle notizie.
E’ al completo perché, una compagnia cilena sta effettuando dei lavori all’interno, nel deserto ed i suoi operai sono alloggiati tutti lì. Ricevo la notizia come una bastonata.
“Comunque se vuoi c’è lì avanti la signora Francisca, che ospita i malati di mente da Calama”.
Non sono sicuro, la stanchezza è arrivata fino ai padiglioni auricolari ma credo di aver ascoltato “locura”.
Tra la tenda ed un letto....Altro bussare, altra porta, altre speranze e si affaccia Manuela, probabilmente la figlia: capelli neri, occhi ancor più scuri che ti spaccano in 2 e che tradiscono le sue origini indie. Le spiego la situazione.
Lei mi conferma che per alloggiare c’è bisogno di un’autorizzazione da Calama, ma trasudo stanchezza dalle ossa, dai muscoli, dallo sguardo. Mi osserva con i suoi 2 laser al massimo della potenza e finalmente una buona notizia: le abitazioni sono molto umili ma se mi accontento fa un’eccezione. In 3 minuti sistemano un letto che collaudo immediatamente perdendo l’occasione di fotografare la chiesa!! La sera di Chiu Chiu nel ristorante gestito da un’affabile, rubiconda gentile signora (che alla fine mi regalerà anche del mais tostato per il viaggio), uno dei figli mi informa che posso affrancarmi una 40ina di km di sterrato percorrendo una strada mineraria asfaltata e poi congiungermi più a nord sulla principale per la Bolivia.
Detto fatto, arrivo al temine ed il ponte che dovrebbe unire le 2 sponde del fiume e sbarrato perché, pericolante. Gli operai del cantiere mi confermano che non si può passare, ma 15 minuti più avanti si può guadare il fiume (!!!) Anche loro sono piuttosto scettici, l’acqua è piuttosto alta anche se il punto d’attraversamento non è molto largo.
“comunque veniamo con te ed al limite carichiamo la moto sul pick up”
Partiamo e lungo il tragitto si aggiunge alla strana, improvvisata carovana, anche il capo del cantiere, che ci segue con la sua Vitara.
Arriviamo. Obbiettivamente è piuttosto alto, ma il punto più profondo e di solo qualche metro. Sarei per tentare ma tutti cercano di tentare una soluzione, meno rischiosa. Mentre parlo col responsabile dei lavori, gli altri, più a monte, stanno disponendo una serie di tavole. Andiamo e facciamo una spartana prova strutturale dell’improvvisato ponte.
“Io peso 80kg”
“io 75 e tu?”
“io 80, e la moto?”
Sì, ci siamo.
Alla fine abbracci e baci. Via verso la Bolivia.
Arrivo a Ollague, classico posto di frontiera, e ho subito la netta sensazione che
c'è qualcosa che non và. Domando subito della benzina. Al contrario delle informazioni ricevute a Calama, non c'e stazione di servizio, anzi qui è sempre stato un problema. Municipalidad nada, carabineros del cile nada, anzi dopo 3 visite in Cile trovo il primo militare arrogante, borioso ed anche piuttosto maleducato, che senza mezzi termini mi dice che il problema è mio, solo mio e che a lui di fatto, non gliene frega un cazzo.
Sono allibito e, la cosa non sarebbe tanto grave se non mi sentissi anche fottuto a 208km da Uyuni e 185 da Calama con non più di 80-90km di autonomia.
Traffico fino a quel momento 0.
Comincio a chiedere per strada ed alla fine mi indirizzano alla stazione del ferrocarril, dove trovo Federico, tuttofare ferroviario di Olliague, destinato per 2 anni in questo sperduto angole del Cile.
Gli spiego la situazione, riflette un attimo poi ci dirigiamo verso uno sgabuzzino, dove appare un miracoloso, fantastico, opportuno bidone rosso con la scritta: SUPER 97 oct.
C’è da travasarla!
Bottiglia, tubo, ed al primo tentativo, Federico s’ingurgita un buon mezzo bicchiere di buona, stagionata gasolina. Scarico la bottiglia nel serbatoio, riapriamo il tubo e....niente, il flusso si è interrotto!! Bisogna aspirare ancora. Mi guarda come per dire ora tocca a te.
Per solidarietà anche il sottoscritto si spara una buona dose di combustibile.
“tomo de todo pero la cerveja esta meyior!!” gli dico.
Scoppiamo a ridere e continuiamo per una decina di litri.
E’ in servizio (ben un treno al giorno!!!) e di alcolici non se ne parla!! Bottiglione da 2 litri di coca cola, nel vano tentativo di cancellare i pestiferi effluvi che mi accompagneranno nei prossimi giorni, provocando il più mero sconforto nei miei interlocutori.
“quanto ti devo?”
“nada, que te vaya bien el viaye, y suerte”.

Al confine boliviano il simpatico doganiere m’informa che un bus è partito da appena mezz’ora, e che raggiungendolo ho buone possibilità di arrivare ad Uyuni. Non capisco, ma dopo qualche km, tutto è incredibilmente chiaro!
La strada, che dovrebbe essere una statale, si eclissa, scomparendo. Niente, una traccia, o meglio più tracce, senza nessun riferimento, segnale o indicazione. Niente. Solo qualche jeep a cui chiedere informazioni ed il solito pullman che raggiungo ma che perdo sistematicamente fermandomi a scattare foto, tanto da ritrovarmelo dietro dopo un paio d’ore. Speranza, speranza di non perdersi, per poi arrivare, dopo 200km e rimanere a bocca aperta. Il mio rapporto con il salar di Uyuni, era iniziato qualche anno fa con uno shock visivo, protrattosi poi per giorni, avvenuto su una rivista fotografica. Mi ricordo che era stato amore a prima vista “un giorno ci andrò, forse in moto”, rendendomi benissimo conto delle difficoltà. Logico che nel momento in cui vi arrivo, la mia reazione è quella di un bambino al quale hanno fatto un regalo insperato ma desiderato per lungo tempo. Percorro qualche km su di un terrapieno e poi la strada scende nella piana, il pomeriggio sta spingendo il sole verso l’orizzonte. Luci, incredibili! La vista spazia nel niente infinito, mai più pieno di significati: il bianco del sale, l’azzurro del cielo e l’ombra della moto. Mi sento un uomo, solo, fortunato e stupidamente felice. Mi trovo a quasi 3.700m d’altitudine, nella distesa piatta più estesa del mondo con i suoi 12.106 km quadrati. Secondo le recenti teorie geologiche, questa parte dell’altipiano era un tempo completamente sommerso dall’acqua. Trascorrerò 3 giorni, in quello che, considero uno dei posti realmente più incredibili, spettacolari, suggestivi, fantastici che mai mi sia capitato di visitare. 
Lo spettacolo in qualunque periodo dell’anno si giunga è fantasticamente suggestivo: quando la superficie si asciuga, le saline trasformano il paesaggio in una bianca distesa accecante dalle dimensioni infinite, quando si ricoprono d’acqua,  si formano degli specchi che riflettono alla perfezione le nuvole ed il cielo blu dell’altipiano, facendo scomparire l’orizzonte.
 





Ad Uyuni, finalmente, conoscerò Francesco Scuderi, scrittore, giornalista francese, contattato tramite il giornale per posta elettronica.
Con lui passerò il tempo fotografando e visitando il museo ferroviario e percorrendo il salares fino all’isola de los pescadores, avamposto collinoso situato nel suo centro.
Probabilmente è nata un’amicizia, per la particolarità delle circostanze, ma anche perché, la simpatia del personaggio ha contribuito in maniera determinante ad instaurare il rapporto.
L’ultima sera, dopo un’ottima cena, siamo seduti ad una panchina in compagnia di Stefania, backpacker di Riccione, in viaggio da 1 anno ed ormai al termine della sua esperienza.

Una macchina è ferma ad una ventina di metri. Stanno aspettando qualcuno, che arriva, sale, ma l’avviamento è piuttosto precario, quasi insufficiente anzi, decisamente sull’orlo di un collasso elettrico.
Siamo lì, ci guardiamo negli occhi un attimo e siamo lì a spingere. Il bello è che il veicolo è pieno zeppo di gente, almeno 6 persone più bambini e non uno scende per darci una mano. Fortunatamente l’avvio è piuttosto lesto. Colpo di clacson e via. Torniamo alla nostra panchina ma, neanche 5 minuti dopo, l’auto rispunta all’angolo della strada, si affianca, lo sportello si apre ed una mano con una bottiglia di birra ne spunta fuori. Ringraziamo: “salud” e ci riavviciniamo alla panca.
“no, no tiene da tomarla a ora, necesitamos del vuoto, es a render!!”
La strada che da Uyuni, sale verso nord ovest direzione Potosi è punteggiata da miniere abbandonate, altre ancora in funzione in un paesaggio incredibilmente multicromatico, costantemente oltre i 4000m.

Viaggiare a queste altitudini, porta inevitabilmente a degli alti e bassi, fisicamente intendo. Ci sono dei giorni che la fatica ti piomba addosso come un macigno e devi arrancare su qualche strada sterrata, valicando passi di oltre 4500m, boccheggiante ed insensibile alla straordinarietà dei paesaggi, masticando foglie di coca.
La strada, rigorosamente sterrata (ma niente a che vedere con la 701 per arrivare a Uyuni) regala comunque paesaggi fantastici, una straordinaria giornata di moto ed incontri, fino ad arrivare alla miniera boliviana per antonomasia, magnifica nella sua scenograficità, sogno, incubo, girone da inferno dantesco: il Cerro Rico che domina Potosi. A 5 minuti dalla città un posto di blocco. Penso ad un controllo militare, ma un ragazzo m’invita ad entrare. Nella casina, altri 2 dormono profondamente.
“10 bolivanos”
“!!...per cosa?”
“come per cosa, per l’utilizzo della carrettera!!”
Ma la Bolivia ha in serbo per i suoi visitatori altre meraviglie, straordinarie, uniche a volte drammatiche. Potosì, già, la città che contribuì al sorgere del capitalismo in Europa. E’ praticamente impossibile parlare del processo di spoliazione del Sud America senza parlare di Potosì. Quando gli spagnoli arrivarono nell’impero Inca, il Perù non era più l’agognato paese della cuccagna. I giacimenti d’oro e d’argento furono presto esauriti. Fu dunque nell’alto Perù, la Bolivia appunto, che gli spagnoli fecero centro, vinsero la lotteria, trovarono l’asso pigliatutto! Nel 1545 avviarono lo sfruttamento della montagna rossa di Potosì situata a 4000m d’altezza: il più grande giacimento d’argento della storia dell’umanità!! Molti riconoscono che Diego Hualpa, il quechua originario di Cuzco che scoprì l’argento del Cerro Rico, aprì con esso il vaso di Pandora. Probabilmente non si rendeva conto di quello che avrebbe scatenato, nel momento in cui rivelò la sua scoperta a Centano, uno dei tanti avventurieri spagnoli dell’epoca di Pizarro. Il Sumaj Orcko, il monte più bello, così lo chiamavano i quechua, si rivelò una miniera così favolosa che CarloV nel 1555 elevò Potosì al rango di città imperiale. Il filone nei 3 secoli di sfruttamento avrebbe prodotto abbastanza da pavimentare d’argento una strada a 2 corsie fino a Madrid! Gli spagnoli lo soprannominarono, a giusto titolo, Cerro Rico, collina ricca. Alla fine del XVI sec. Potosì con 160000 abitanti, era diventata la città più grande dell’America ed era più importante di Parigi e Londra. Gli storici concordano su un punto: il flusso d’argento delle miniere di Potosì verso l’Europa fu la “conditio sine qua non” dello sviluppo del capitalismo, ma a che prezzi! La macchina del capitalismo nascente, venne alimentata con il sacrificio di migliaia e migliaia di indios e più tardi di schiavi negri.
Quanti furono i morti?
“Che importa” rispondevano i sovrani europei, ben contenti di questa montagna di argento che portò 2 volte alla bancarotta il regno di Spagna, che s’indebitò e scialacquò a mani bucate, tanto che alla fine i veri beneficiari furono i paesi del nord Europa. Un processo definibile come “accumulazione originaria del capitale”, un’iniezione di liquidi inimmaginabile equivalente a 50 miliardi di dollari, valore aggiornato al 1970 (30000 tonnellate, ma c’è chi dice che furono quasi 45000!!), il tutto, fra i secoli XVI° e XIX°! Viste le dimensioni dell’economia europea dell’epoca, corrisponde ampiamente a diversi “piani Marshall”.
Quanti furono i morti? Sempre la stessa domanda.
Il calcolo approssimativo arriva fino alla spaventosa cifra di 8 milioni!!! Un genocidio che vide vittime, indios Aymarà, quechua e neri importati dall’Africa con la tratta degli schiavi. La “mita” era il lavoro forzato e gratuito eseguito a turni nelle miniere in condizioni spaventose. Ogni anno decine di migliaia di indios e schiavi morirono di sfinimento o avvelenati dalle esalazioni di mercurio utilizzato nella lavorazione dell’argento. Eppure il sistema e il nome “mita”, erano stati copiati dalla mita degli Inca. Ma mentre i figli del sole erano tenuti a lavorare 2 o 3 anni per il loro padrone, una sorta di imposta reale, gli spagnoli organizzarono giganteschi esodi della popolazione proveniente dalla comunità quechua ed Aymarà delle valli e dell’altipiano. I contadini furono obbligati a diventare minatori. Con le terre ormai prive di braccia, il fragile ecosistema degli altipiani fu irrimediabilmente distrutto e tutta l’economia della regione si concentrò intorno a Potosì. Così sorsero Buenos Aires e Lima-El Callao, autentiche città portuali destinate a regolare il flusso d’argento e di merci tra America, Europa ed Africa.
E’ chiaro che i minatori lavoravano sotto terra fino a morirci, altro che “mita Inca”!! Ben presto si dovettero importare uomini dall’Africa per carenza di mano d’opera! L’argento delle miniere diede grandezza alla Spagna e fece sorgere i suoi favolosi palazzi, soprattutto a Siviglia dove si trovava la Casa di Contratacion che guidava il valzer dell’argento, degli schiavi e delle merci. L’economia europea in piena espansione grazie al “cash flow” procurato dall’America, potè generare allora un nuovo capitalismo. Probabilmente nelle facoltà di economia le cose vengono spiegate in modo diverso! All’epoca Potosì era la Bisanzio americana. E’ evidente, e lo dicono numerosi storici, che l’Eldorado era Potosì. Non valeva la pena di andarlo a cercare in Amazzonia! Lo sfruttamento andò avanti fino alla metà del XVIII sec, quando la montagna i cui giacimenti sembravano infiniti, cominciò ad accusare i colpi dello sfruttamento fino ad esaurirsi. Ne furono scoperti altri in Perù e Messico e Potosì decadde rapidamente, tanto da ridursi nella prima metà del XIX° sec a soli 10000 abitanti. Le miniere sono ancora in funzione. Dal 1952, anno in cui i minatori si ribellarono allo stato, una cooperativa gestisce il lavoro nella impressionante miniera, il Cerro Rico appunto, che domina la città, dichiarata patrimonio dell’umanità. Orari massacranti, una mortalità elevatissima, con i medesimi problemi poi che, sebbene il lavoro sia ora gestito autonomamente, i prezzi sono sempre e comunque controllati dalle grandi compagnie internazionali. Un sacco da 50 kg viene pagato pochi euro e per il fabbisogno sono necessari circa 800kg, raccolti in 3-4 settimane di lavoro massacrante, svolto con gli stessi sistemi, materiali ed attrezzature, di quando gli spagnoli controllavano il mercato dell’argento in Sud America, e stiamo parlando di 300 anni fa.
La visita guidata alle miniere, anche se alquanto faticosa, serve a rendersi conto delle estreme condizioni in cui operano i minatori, costretti ad un lavoro disumano per necessità.
I turni sono da 4 ore, al quale segue un’ora di riposo e così via fino a che se ne può, masticando coca ed uno strano prodotto chiamato lejia (calce) una specie di aggregante che ne accellera gli effetti e che permettono di resistere per tanto tempo a queste profondità. A tutt’oggi circa 5000 minatori, di cui 300 donne lavorano nelle viscere del Sumaj Orcko. L’argento si è ormai esaurito da tempo sotto i terribili colpi inferti all’economia ed alle popolazioni locali dagli spagnoli nei 300 anni (1545-1825) in cui controllarono il territorio. La ricerca si è ora spostata soprattutto verso lo stagno, il “metallo del diavolo”, ma anche su zinco, piombo e rame. Si va in pensione a 65 anni con una pensione di circa 500-600 bolivanos, ma il nemico più terribile è la silicosi, che già dopo 10-15 anni di lavoro in queste condizioni, mina inevitabilmente i fisici di questi disperati. Quando questa malattia ha intaccato il 50% delle capacità polmonari, si può chiedere una pensione anticipata per invalidità, ma i controlli dello stato, spesso sono volti a ritardare il più possibile questa eventualità, ovviamente per questioni economiche. Sol, la nostra guida che dalla rapidità con cui si muove in questi budelli scivolosi, bassi ed angusti, tradisce le sue passate esperienze, mi dice che il problema sanitario è un problema assai grave. Le chiedo, per poi sentirmi immediatamente il solito cretino perché, le cooperative non stipulino, con 5000 iscritti e più, un’assicurazione. Mi guarda, no, mi osserva ed aggiunge. “quanti kg in più dovrebbero raccogliere i minatori?”
Ripenso agli 800kg mensili!!
A volte è meglio rimanere in silenzio nel dubbio di essere presi per dei cretini, piuttosto che aprire la bocca e darne l’assoluta certezza ai vostri interlocutori!!
Lascio a malincuore Potosì, ma purtroppo gli impegni presi con la redazione per partecipare al Top Dream Bmw, non mi danno possibilità di scelta: come al solito è incredibilmente tardi! La strada per Oruro è quasi completamente asfaltata. Già, quasi! Un bel 110km, forse di più, di sano, corroborante sterrato. I lavori di pavimentazione fervono: centinaia di persone al lavoro. Sabbia smossa che, come al solito mettono in difficoltà il puledro gravido con il suo centinaio di kg di bagagli. Occorre riconoscere che i boliviani stano facendo un ottimo lavoro per cercare di migliorare le condizioni, non certo ottimali del loro sistema viario. Tuttavia gli operai hanno trasformato, in questi casi, le arterie principali in trappole di sabbia e buche di fango!! Un po’ per riposarmi, ed un po’ perché, mi sono veramente rotto i coglioni, prendo la scusa di una foto ad un caratteristico pullman parcheggiato. Naturalmente come mi fermo, il sole si eclissa, in maniera subdola e perfida dietro le nuvole, lasciandomi con la macchinetta in mano come un ebete.
“hei amigo”
Mi chiamano dal bus. Sono in 3 e si occupano del vettovagliamento dei lavoratori lungo la strada.
“quiere soupa?”
Zuppa calda con chicha, una bibita fatta con una specie di farina. Mi domandano dell’Italia e di cosa sto facendo lì. In 1 anno i lavori saranno terminati e l’asfalto permetterà di raggiungere Potosì dalla capitale senza sofferenze. Un altro passo di avvicinamento ad Uyuni, per trasformare questo meraviglioso angolo di mondo in qualcosa di accessibile ai più. Ma è tardi ed i 3 devono terminare il loro giro. Ci salutiamo. Arrivo al casello di Oruro e mi avvertono che i minatori sono in agitazione per dei contratti non rispettati dal governo.
“fai attenzione!”
Parto, e a Caracollo, dove dovevano esserci blocchi ed agitazioni, la vita scorre con i soliti, blandi ritmi boliviani.
Mah, proseguiamo, una seccatura in meno dopotutto.
Un altro paio di villaggi neanche riportati sulla cartina, quando in lontananza mi sembra di scorgere una colonna!!!
All’ingresso di Panduro, il traffico è completamente bloccato.
“fanno transitare solo a piedi. Tenta, ma attento hanno anche la dinamite” Mi dicono le involontarie vittime di questo sciopero.
Risalgo lentamente la colonna fino ad arrivare alle prime propaggini del blocco. I minatori hanno invaso la carreggiata, ostruendola con sassi e gomme di camion. I primi mi fanno passare senza problemi. Arrivo al secondo gruppo, sono di più e stavolta mi fermano.
“non si passa”
“lo so, ma lì indietro lo hanno fatto! Que pasa?”
E cominciano a raccontarmi che il governo non ha rispettato i contratti e soprattutto gli impegni presi. Mi domandano di Caracollo e gli dico che era tutto tranquillo. Cominciano ad agitarsi. La manifestazione doveva essere a livello nazionale e sarebbe dovuta scattare alle 10.00. Faccio presente che sono le 10.15 e che sono passato di lì più di mezz’ora fa. Un’esplosione. Hanno fatto saltare un pò di dinamite a non più di 15m da dove sono stato fermato. Ripenso alla dimostrazione di Sol con casco e distanza di sicurezza, penso che tutto sommato, anche qui ho il casco e mi viene da ridere. Qualcuno è ubriaco, uno mi si avvicina e cerca un punto imprecisato tra il cupolino ed il cruscotto per sistemare quello che sembra un tric e trac artigianale.
Viene allontanato in malo modo dagli altri.
Praticamente tutti masticano coca e sono in attesa di una risposta del governo che dovrebbe arrivare nel pomeriggio.
Piazzo il cavalletto della moto e scendo.
“che fai?”
“niente mi fermo ed aspetto con voi!”
“ma no vai, sei un turista ed hai tutto il diritto di transitare. Benvenuto!!”
il curioso è che qui ci sarebbe un controllo pedaggio, ma è completamente deserto.
Continuo lo zig zag tra sassi, persone con bagagli, copertoni d’auto, minatori, scattando anche qualche foto. Sono quasi dall’altro lato ormai quando mi fermo a parlare con 3 ragazzi seduti su un copertone di camion. Gli chiedo della dinamite, me la mostrano. E’ sicuramente più rudimentale di quella vista a Potosì, con micce più corte e detonatori rudimentali. Una signora si ferma e comincia a difendermi, dicendo che si vede che sono un turista e che non merito questo trattamento.
“stiamo ciarlando, nada mas!” fa uno dei 3 ed un altro, sempre con l’esplosivo in mano: “ io invece sto cercando di scambiare questa per la moto”
“si, pero yo ne quiero 3” rispondo.
Scoppio di risa, mi volto e... non mi ero accorto, sono circondato da sguardi sorridenti.
La signora: “locos”, continua ed io a rispondere a decine di domande, sull’abbigliamneto, la moto, uno vorrebbe fare a cambio di casco. Ci salutiamo e per la prima volta da quando sono in viaggio, quasi un mese e mezzo, sono io a dire: “suerte y que le vaya bien!” Speriamo!!
Il viaggio continua. Perù. Qui, per molteplici motivi, di ordine sociale, politico di sicurezza ed anche personali, decido definitivamente di cambiare l’itinerario: non più nord del continente (il Venezuela nell’ultimo mese è diventato un’incognita troppo grande!) e Amazzonia (in piena stagione delle piogge), ma ritorno verso sud, inserendo tratti nuovi: Bolivia, la parte nord con la fantastica La Paz, il nord del Cile, l’Uruguay e approfondire meglio il sud del Brasile.
Quindi ancora sud del Peru, Arequipa e lago Titicaca.
Lascio Puno, stranamente c’e’ un po’ di sole. I primi villaggi sono una vera e propria rassegna della produzione, raccolta e di tutto quello che si può fare con la totora, questa canna che cresce nel lago sacro. Ne approfitto per fare qualche scatto, sempre chiedendo il permesso, che spesso viene concesso, salvo non fotografare persone.
Alla fine sono li, a parlare con due donne ed un gruppo di bambini. Una delle 2 mi chiede un soles per avere fotografato la sua imbarcazione.
“non pago per scattare foto!”
“per una gazosa”
Le rispondo che mi dovranno invitare a mangiare.
L’altra, che mi mostra continuamente gli ultimi 3 denti che le sono rimasti, abbozzando dei lugubri, simpatici sorrisi, apre una cesta e mi mostra delle polpettine di carne.
Ho fatto colazione meno di un’ora e mezzo fa, rifiuto cortesemente.
La prima insiste: “Guarda che ti assaltiamo!” e comincia a contare la sua improvvisata banda di rapinatori. Effettivamente sono 6 (compreso il neonato che ha in braccio).
La signora senza denti continua a ridere ma potrebbe procurarmi dei danni irreparabili soltanto a morsi. La situazione è a dir poco comica!! Ci salutiamo ridendo e riprendo la strada.
Naturalmente al bivio di Pumaca, con la consueta, completa, assoluta, cronica, sistematica mancanza di segnalazione, vado stupidamente diritto, pensando che un punto di confine, a soli 25 km per giunta, debba essere per forza segnalato.
10 km e mi accorgo che la direzione è sbagliata.
Mi fermo, domando e la risposta conferma i miei dubbi.
Ritorno al bivio e chiedo.
I 2 sono fermi ad un angolo, discutono. Mi fermo. Hanno dei bicchieri in mano che dal colore, una volta escluso che sia acqua, dovrebbe essere pisco, la grappa locale.
Sono palesemente, assurdamente ubriachi alle 13.00.
Il più giovane dei 2, circa 18 anni, mi chiede con chi voglio parlare. La strada è quella giusta, lo so, gli rispondo che non mi importa. Si avvicina e mi chiede 50 centavos per l’informazione.(!!!)
“no”
Insiste. La posizione è in stallo assoluto, decido di partire, ma lui è ostinatamente aggrappato alla sua richiesta oltre che al manubrio della GS, il bicchiere pericolosamente in bilico nell’altra mano.
Faccio un paio di metri e mi rendo conto che così sarò costretto a dichiararlo come merce al seguito al confine di Yunguno. Sto per scendere dalla moto, quando interviene una terza persona, che senza proferire parola lo allontana.
Vorrei fermarmi e parlare, dire qualcosa, ma mi rendo che avrei la stessa utilità di quando mi parlo o canto nel casco percorrendo la Panamericana.
“Perdono” me ne esco semplicemente chiedendo scusa, e perché poi, ma non mi viene niente altro in mente. Il soccorritore mi fa un cenno come per dirmi. “Vai, non ti preoccupare, ci penso io.”
Alla fine un assalto l’ho subito veramente!!
Per uscire dal paese ho attraversato il lago Titicaca dal confine di Yunguno, che merita un discorso a parte.
La polizia è lì, appostata, in attesa di estorcere denaro a turisti e pellegrini in visita al santuario di Copacabana, sulle sponde del lago Titicaca.
Domande classiche: “Droga? Dollari falsi? Soles falsi?”
Non tirate fuori neanche gli spiccioli, sarebbero dichiarati immediatamente come non autentici e sequestrati. Io ho dichiarato che avevo pochissimi contanti, e che usavo la carta di credito. Per il resto la solita, assoluta calma, per altro sempre necessaria quando si viaggia a queste latitudini.
Tutto ciò dal lato peruiano. In Bolivia, il militare, una volta registrati i dati del veicolo vi chiederà candidamente. “10 bolivianos” Se parlate castigliano, chiedete il motivo. Il sottoscritto che era già entrato nel paese senza pagare nulla, l’ha fatto presente, e lui sempre con l’innocenza dei giusti, mi ha risposto che era per un contributo. Già, per le sue tasche!!
A quel punto ci si può alzare e salutare.Se, in caso contrario non riusciate a cavarvela, chiedete una ricevuta sulla quale apporre anche il nome del poliziotto. Dovrebbe essere sufficiente ad affrancarvi la gabella. Quindi, nuovamente, fantasticamente Bolivia.


La Paz è la capitale più alta del mondo, una delle poche che abbia i quartieri commerciali e residenziali situati più in basso delle favelas che le dominano. La spiegazione risiede nel fatto che 7-800m di dislivello, a queste altitudini, possono migliorare di molto la vita quotidiana dei singoli e naturalmente a beneficiarne non possono essere che le classi più abbienti. La città è bellissima, anche se ormai credo si sia capito quanto sia entusiasticamente innamorato di questo stato. La capitale vanta una delle cornici naturali più attraenti del mondo, città panorama in degna compagnia di Rio de Janeiro, Città del Capo, San Francisco ed Honk Kong.
3 giorni trascorsi bighellonando per le vie, nei quartieri, nei mercati di questa metropoli. Anche qui, però, la situazione non è tranquilla. L’esercito è schierato massicciamente a controllo delle strade, ragazzini in divisa, con armi e scudi antisommossa spesso più grandi di loro a compiere un lavoro che probabilmente non vorrebbero fare. I campesinos, dopo i minatori, sono in agitazione: tutti gli accessi da El Alto, la zona popolare della città che sovrasta la valle del Rio Choqueyapu, sono filtrati dai militari.
La situazione purtroppo degenererà drammaticamente qualche settimana dopo. Apprenderò la notizia da un notiziario in Cile: guerriglia urbana con decine di morti (almeno 20!) e numerosi feriti fra i manifestanti. Nell’itinerario inserisco un breve tratto già percorso all’andata, che non mi aveva dato grandi soddisfazioni fotografiche, spettacolare per gli scenari e con la possibilità di pernottare nel punto più alto di tutto il viaggio.
Parinacota è, sicuramente, un altro punto saliente dell’itinerario. Questo piccolo, minuscolo villaggio, inserito in un paesaggio da highlands scozzesi a 4395m (!!) è sicuramente il punto più vicino anche se non molto confortevole al Parque National Lauca, posto al confine tra Cile e Bolivia: il Lago Chungara, il più alto del mondo con i suoi 4500m, dominato dalle cime perennemente innevate dei vulcani Parinacota, Pomerata, Salama e Quisiquisini, con il primo che si specchia nelle sue acque verde smeraldo, ne rappresenta l’immagine simbolo.
Qui, come detto, tornerò per ben 2 volte sempre per il solito tema delle foto, inserendolo come punto di sosta sia all’andata che al ritorno, anche se a dirla tutta, entrambi i tentativi si sono risolti in un terribile fiasco fotografico, tale da non avere che poche testimonianze degne di tanta spettacolarità. Il villaggio di Parinacota, che in Aymara vuol dire “posto dei fenicotteri” è sicuramente il posto più elevato dove ho trascorso la notte. Da qui è possibile vedere, se si è fortunati, il vulcano Parinacota, che indossa fantasticamente un cappello di ghiacci ben oltre i 6000m. Degno corollario, mandrie di lama e stormi di fenicotteri rosa! Un posto da sogno. Il parco nazionale più bello del Sud America, recitano in coro guide e depliant pubblicitari, anche se personalmente continuo a preferire il Parque National Torres del Paine, sempre in Cile, ma molto più a sud, in Patagonia. Credetemi, ce l’ho messa tutta. Oltre a ritornarci per 2 volte, ho praticamente conosciuto e parlato con tutti gli abitanti del villaggio (bello sforzo, direte voi, sono 5 famiglie!!), ho dormito in baracche di fango, con la temperatura che di notte anche d’estate, scende di parecchi gradi sotto lo 0. Ma non c’è stato niente da fare. Solo al secondo tentativo, mentre mi godevo gratuitamente insieme a tutti gli abitanti, un incredibile tramonto, il Parinacota, come tutte le stars volubili e capricciose, si è mostrato, assumendo una serie di colori impressionanti, dall’arancione all’ocra. Una mezz’oretta di spettacolo, ma di quelli che sicuramente si fatica molto a dimenticare, le dita rattrappite dal freddo che ormai non si sente più, avvinghiate alla reflex ormai inutile nelle mani, pensando solo a quante varietà di rosso possano esistere e perché per scoprirle si debba andare così lontano da casa. Cazzo, aggiungerei!!
Se mai vi dovesse capitare di fermarvi a Parinacota, quasi tutti hanno alocamjento, alcuni fanno da mangiare. La prima volta ho degustato la cucina di Rosa, la seconda sono arrivato dopo suggerimenti alla casa di Dona Francisca. La stanza è al buio, il tempo di abituarsi all’oscurità e la vedo seduta lì, a capotavola che mangia. La sua carnagione india la mimetizza. Chiedo comida. Come al solito non tocco cibo dalla mattina a colazione.
“che vuoi?”
“che hai (facciamo prima)?”
“churrasco di alpaca e riso”
“qualche patata?”
“torna fra un’ora”
L’alpaca era crudo, le patate anche ed il riso senza l’aiuto della pentola a pressione sarebbe ancora peggio di quanto non sia, a quasi 4500m e con una stufetta a legna per giunta, non è che si possano pretendere miracoli. Io mangio e lei inforna il pane per la mattina dopo. La famiglia vive ad Arica, lei ogni tanto va a trovarli ma preferisce vivere quassù, anche se a volte d’inverno è veramente dura. Alla fine mate di coca, 2 pezzi di pane appena sfornato, 1100 pesos (€1e mezzo) e via a letto.
Da Arica comincerò a scendere decisamente o quasi, verso sud. Avevo letto di Geroglifos de los Pintados. E’ la fine della giornata: 516km per farne in linea d’aria meno di 300! Ma la visita a queste oasi nel deserto cileno, tutto sommato interessanti mi ha costretto ad un giro vizioso su una striscia d’asfalto srotolata tra la sabbia, per arrivare alle oasi di Matilla e Pica, davvero interessanti e Umberton, città fantasma dell’epoca del salnitro, vista la mattina ma non visitata a causa di una luce, credetemi, di una nebbiosità tristemente scoraggiante. “tanto ci ripasso per andare verso Iquique” penso. Avevo letto di questi Geroglifos de los Cerro Pintado, in una riserva naturale, delle linee di Nazca, ma disegnate su delle colline e visibili solo dalla pianura desertica. Arrivo ed il posto mi conquista immediatamente. In una parola: affascinante. C’è tutto: luce, solitudine ma anche un vento piuttosto fastidioso. Alejandro, il guardaparque, conferma le mie supposizioni sulle luci del mattino che sono il massimo per le foto. Gli spiego che potrei tornare l’indomani per scattare foto, lui mi dice che non ci sono problemi, senza dover acquistare un altro biglietto.
“quanto sale?”
“1000 pesos”
“tiene descuento por estudiantes?”
“no, 500 pesos”
Bueno, pago: “ci vediamo dopo”
Vado a controllare i 4 punti di osservazione. Il posto è davvero suggestivo. Come per Nazca la domanda è sempre la stessa: “perché?”
Ho già deciso, ritorno rapidamente all’ingresso, Alejandro è ancora lì.
“posso bivaccare?”
“claro que si!” mi lascia la sua acqua potabile, il bagno della guardiola aperto e mi dice che il vento (ora davvero sostenuto), una volta tramontato il sole diminuisce quasi del tutto.
Tento per Umberton, ma il vento ha rovinato tutto: polvere in sospensione per km.
Tenterò domani (e sono 3 volte!!). Almeno faccio la spesa per pochi euro e una modica cifra chilometrica, circa un centinaio. Bivacco fantastico, nonostante il vento, con tramonto incluso nel pacchetto dei servizi. Il nord del Cile è famoso soprattutto per il deserto di Atacama ed i suoi salar al confine con Bolivia ed Argentina. Ed infatti tornerò anche a San Pedro De Atacama, splendida, tranquilla oasi ai margini del deserto, dove nonostante ormai si vive di turismo, la vita scorre tranquilla, con ritmi dettati dalla natura, dove le persone sembrano tutte simpatiche, le ragazze sono tutte carine, insomma uno di quei posti dove si torna sempre con piacere e dove, si finisce per rimanere sempre più di quanto si prevedesse all’inizio.
Ne approfitterò anche per visitare la valle della Luna e i geyser del Tatio, una fantastica vallata a 4300m d’altitudine, 90km a nord di San Pedro, punteggiata da un centinaio di getti di vapore, i più alti del mondo, che al mattino presto offrono uno spettacolo irreale ed allucinante. Ma la vera rivelazione sarà la terza regione, comunemente chiamata Norte Chico. Un territorio semi arido di transizione al clima mediterraneo tipico della valle centrale. Bellissima, colori indimenticabili, dune giganti marroni che tendono al giallo, con la Panamericana che la attraversa longitudinalmente: uno spettacolo da godersi viaggiando.
Le grandi distanze vengono interrotte da piccoli paesi sull’Oceano dove la parola ospitalità prende decisamente un significato di importanza determinante nei rapporti con le persone. Dopo 2 giorni trascorsi nel porticciolo di Caldera, mangiando pesce freschissimo nelle sue trattorie, facendo le ore piccole con i gestori della pensione che mi ospita, bighellonando nelle sue viuzze o godendosi il sole sulle sue spiagge, è normale fermarsi a parlare con la gente che ti chiede una foto, sentendosi a casa propria come se si vivesse lì ormai da chissà quanto tempo!
Diventa sempre più difficile riprendere il viaggio. Ma la parte più interessante è ormai alle spalle. La Serena, una specie di Rimini cilena, dà una brusca accelerazione all’itinerario e neanche Santiago, nonostante i tre giorni spesi, nei quali concedo un minimo di attenzioni alla moto, mi rallentano. Supero per l’ennesima volta le Ande dal punto più transitato tra Cile ed Argentina, incredibilmente facile con la sua galleria e tutto questo asfalto, ma con le chicche dell’Aconcagua, il monte più alto del continente americano con i suoi 6959m, dell’antico passo del Cristo Redentor ormai chiuso dal versante cileno ma che merita una visita per la bellezza del panorama e del Puente dell’Inca considerato come una delle meraviglie naturali del continente. Secoli fa, gli Inca, una volta accortisi che l’acqua carica di zolfo e di sale produceva un sedimento, decisero di incanalarla per costruire questo ponte di sale di dimensioni impressionanti che si eleva al di sopra del Rio Mendoza ad un’altezza di una ventina di metri.
I colori stordiscono la percezione visiva: i gialli, trasformandosi in arancione attraverso una metamorfosi cromatica, si mischiano ai verdi!!
Ed è ancora pampa, qualche parco nazionale, amici, incontri, alcune visite.
A Rosario mi concedo un’intera giornata sul Rio, malcelato orgoglio di questa cittadina che, insieme alla vitalissima Mendoza è fra quelle che meno mostrano i segni della crisi argentina. A dire il vero il Rio Parana non ha un impatto sul visitatore molto impressionante soprattutto per il suo colore assai poco invitante, un marrone che lo rende più simile ad uno stagno melmoso anche se di gigantesche proporzioni. La lancia di Romina, anche lei conosciuta nella mia precedente esperienza sud americana, mi scarrozza tra le varie, numerosissime isole di quest’immenso corso d’acqua, tra i più ampli del mondo. Arriviamo anche sotto le arcate del gigantesco ponte che domina il paesaggio cittadino, dall’alto delle sue 2 torri di 150m. La mia amica m’informa che ormai è quasi completato, ma non ancora aperto al traffico, ma che chiedendo un permesso, forse, è possibile attraversarlo. Arriva il giorno della partenza ed invece di dirigermi verso sud, verso Buenos Aires, e da qui per l’Uruguay, prendo la direzione opposta. Mi accoglie Miguel Barboza, il guardiano e parlando mi dice che il permesso in questo periodo dei lavori è assai difficile da ottenere, impossibile probabilmente, ma l’impresa è la Impregilo ed il direttore è italiano. Decido di attendere il suo rientro dalla sosta pranzo e dopo un caffè in un locale climatizzato mi ritrovo magicamente con un permesso firmato, galleggiando, sì è la parola esatta, su questa opera faraonica di 60km!!
Dati da capogiro: l’opera è costata 380 milioni di $, di cui 115 coperti dall’impresa italiana ed il restante con qualche difficoltà dal governo argentino, in più l’azienda appaltatrice avrà in gestione la struttura per 25 anni; oltre alle due altissime torri, ci sono una decina di ponti che uniscono le due sponde del fiume per mezzo di terrapieni e che hanno rappresentato la parte più complicata del progetto, visto il fondo argilloso dell’immenso corso d’acqua.
La sensazione è straordinaria perché manca ancora l’asfaltatura, non c’è alcuna traccia di traffico e si può godere il fiume in solitudine come se lo si attraversasse in barca. In 4 mesi le cose cambieranno, dato che l’apertura è prevista per la metà di maggio.
Ci sono stati, guarda un po’, grossi problemi economici e di fondi col governo argentino, ma la situazione si è finalmente sbloccata ed Oreste Bussolini, il direttore mi dice: “era ora non ne potevo più di poltrire sfogliando il Corriere della Sera, leggendo delle cazzate di Berlusconi!!!”.
Alla fine anche a Buenos Aires la serie di visite ad amici e conoscenti argentini finisce e riesco a prendere il traghetto destinazione Uruguay. Sono senza delega alla guida per questo paese ma essendo ormai entrato nei paesi del Mercosur, mi sento relativamente tranquillo.
Arrivo a Colonia.
Che giornata! Proprio come dovrebbero essere tutti i giorni di un viaggio. 3 ore di traghetto accompagnato da un sole radioso con arrivo in una delle città più straordinarie di tutto il Sud America. Gente cordiale ed un tempo meravigliosamente solare mi permettono di fare tutto e bene in una giornata. Foto, visita al Barrio antico, dichiarato patrimonio dell’umanità, visita alle spiagge del Mar de la Plata, qualche educativa chiacchierata con gli abitanti e persino una veduta panoramica dal faro della città.
Dulcis in fundo, un tramonto traumaticamente spettacolare dietro i grattacieli della capitale argentina. Si, avete capito bene: in giornate come queste Buenos Aires, che dista più di 40km, lascia scolpito nel cielo arancione le sue sagome di cemento!!
Anche l’Uruguay, purtroppo, risente della crisi, aggravatasi negli ultimi mesi.

Il “corallito” argentino ha creato un vortice negativo che sta risucchiando anche questa piccola nazione schiacciata tra Brasile ed Argentina e che vivendo prevalentemente di turismo, comincia ad andare in affanno, dato che, quasi il 50% del movimento prima del dicembre 2001 era creato appunto dagli argentini.

Montevideo, una capitale desolatamente deserta, mi accoglie in un classico sabato post atomico da vacanze.
Naturalmente i documenti verranno controllati, e con molta più attenzione, qualche giorno dopo, cosa che comporterà un’espulsione dal paese, evitando per un soffio provvedimenti molto più gravi.
E così dopo 4 mesi eccomi di nuovo in Brasile. Quasi alla meta! Continuo a vagare con il solito ritmo da viaggiatore ubriaco, inserendo nell’itinerario, Rio Negro, la pampa brasiliana, la zona delle missioni gesuite fino a quando, dopo una giornata spesa davvero inutilmente per riavvicinarmi all’Oceano mi sorprenderò a pensare: ” ma che stai facendo? Ma vattene al mare a riposarti che fra meno di 15 giorni sei a casa a preparare itinerari italiani per Stefano”
In verità anche il paesaggio non è molto entusiasmante, ma dopo altipiani boliviani, Perù e nord del Cile, sfido chiunque a contraddirmi!
E mare sarà: praya de Rosa (dichiarata miglior spiaggia brasiliana l’anno precedente) e le fantastiche lingue di sabbia dell’isola di Santa Catarina. Tutto qui? 4 mesi e mezzo e finiamo così? Nel periodo di carnevale sarebbe stato un crimine non parteciparvi!
Con un mega trasferimento giornaliero di 1200km, mi concederò gli ultimi giorni a Rio De Janeiro.
E’ fatta! E’ davvero finita: sono stanco, felice, soddisfatto di me. Posso tornare a casa.



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