giovedì 5 febbraio 2009

CENTRO AMERICA mega


Mega strade, mega povertà, mega burocrazia, mega Centro America: un piccolo universo nel cuore del continente. Un viaggio, un mega viaggio, vero, dove le parole giustizia, benessere, democrazia, traslano rapidamente tra l’ironico ed il drammatico.
Paesi attraversati: Messico, Guatemala, Salvador, Honduras, Nicaragua, Costa Rica, Panama.
LUNGHEZZA- km 20.108
DURATA- 3 mesi

               




Arrivo in Messico con la solita scusa di partecipare al tradizionale evento organizzato dalla BMW per i suoi clienti. Pretesto che, anche quest anno mi permetterà di trascorrere tre mesi alla scoperta di tutto il Centro America. Città Del Messico, un mostro di circa 22 milioni di abitanti, un catalizzatore di miseria per tanti che, attratti dal miraggio di una vita migliore, ogni giorno arrivano nel D.F. (Districto Federal), come viene chiamata qui. Una stima ufficiosa parla di 2.000 arrivi giornalieri.
Una megalopoli che racchiude in se gli aspetti migliori e quelli peggiori della nazione. Una città di palazzi coloniali e tesori culturali famosi in tutto il mondo, ma anche di una miseria davvero sconfortante, cresciuta e che continua a crescere a dismisura, disordinatamente, intorno alla sua parte centrale.
Un labirinto di strade, Assi, viadotti, Eje come li chiamano qui, che si intersecano fra di loro senza alcun senso logico apparente. Davvero difficile orientarsi, anche i Gps, rapidamente, di fronte a questo scombinato dedalo viario, vanno in crisi.
Della fantastica città, la mitica Tenochitlan, che si presentò nel 1519 agli occhi di Cortes, dall'alto del passo che ha preso il suo nome ubicato tra i vulcani Popocatepetl e Iztaccihuatl, edificata sugli isolotti di una laguna che fungeva da barriera naturale ad eventuali attacchi, non resta più niente.
Il mostro ha inghiottito tutto, poggiandosi pesantemente sulle paludi preesistenti.
Inizia la lunga serie di visite archeologiche ancora prima di lasciare la capitale.
Teotihuacan. Gigantesco.
A dimensione delle divinità che celebra: il sole e la luna.
In lingua Nahuati dovrebbe significare “il luogo dove sono nati gli dei” o “il luogo dove si diventa dei”.  Cosa interessante, la radice “teo” ha lo stesso significato di “dio” nella lingua greca.
Ennesimo mistero di questa terra misteriosa!!
Le prime tre tappe sono dei veri e propri trasferimenti. 
Il tempo che accompagna il gruppo è stranamente grigio, nuvoloso, piatto, e rende ancora più noioso un paesaggio che a parte un bel tratto di fuoristrada, immersi in una lussureggiante vegetazione tropicale, ci consente di costeggiare belle spiagge e di fare conoscenza con le genti del luogo.  Qui, per lo meno, siamo davvero lontani dalle più frequentate mete turistiche, fortunatamente. L'arrivo a Campeche, oltre a sancire l'ingresso nello Yucatan, offre un salto di qualità nei punti stabiliti come fine tappa. La città e bellissima, la sola del Messico a possedere fortificazioni. Al suo interno le case sono dipinte in colori pastello, decorate con ferro battuto. Sicuramente la mia preferita, per lo meno fino all'arrivo in Chiapas. La leggenda dice che quando l'esploratore spagnolo Francisco Hernandez de Cordoba, primo uomo bianco in terra messicana, sbarcò nella penisola, nel 1517, domandando agli abitanti Maya, che incontrò come chiamassero questa regione, questi risposero: “Yucatan”, che più o meno significa: ”non ti capisco”.
Questa penisola che si protende tra il golfo del Messico ed il mare dei Caraibi, possiede le più belle spiagge del paese ed alcuni fra i più importanti siti archeologici.
Purtroppo le strade sono interminabili, piatti rettilinei, immersi in una continua verde vegetazione tropicale, che poco spazio lascia alla fantasia ed alla gioia per la guida.
Della serie: non si può pretendere tutto, anche se alla fine qualche “curvetta” qua e là, sarebbe bastata ad alleviare tanta tristezza stradale.
La sequenza dei siti e impressionante per importanza e bellezza: Uxmal, bella, Chichen Itza, bellissima, Coban, interessante e sconosciuta alle masse, Tulum, l'unica citta maya costruita in riva al mare. Siamo a 136km da Cancun, sapientemente, saggiamente evitata dall'itinerario e dall’organizzazione, anche se la sua influenza è purtroppo ben visibile. Pullman termitai, scaricano sciami di turisti cavallette che nulla hanno di meglio da fare che spalmarsi al sole sulle spiagge all'interno del sito. 
Gringos: l'origine della parola risale al 1846, al tempo della guerra tra Stati Uniti e Messico.
Le truppe nord americane si lanciavano all'assalto cantando “green grows the grass” compresa dai messicani come “gringos the grass”. Da allora il termine, che non è affatto un complimento, è rimasto nel gergo comune e sta ad indicare forme di turismo, rapporti economici e soprattutto atteggiamenti sociali che nulla hanno a che vedere con il rispetto e la comprensione dei luoghi e delle persone.
Sarà fuga, rapida, veloce, senza rimpianti per raggiungere l'ultimo sito yucateca: Kounlich, con la sua piramide delle maschere, alta 14m. Il Chiapas e situato nella parte più meridionale della nazione ed è una delle più belle ed autentiche regioni del Messico, anche se sicuramente una delle più povere. Qui mancano il mar dei Caraibi ed i gringos, ma il gruppo pare non accorgersene, anzi!
Strade montane bellissime: curve, migliaia di curve, lunghissime, a volte sopraelevate ci accompagneranno per diversi giorni.
Il nastro d'asfalto sale e domina panoramicamente un paesaggio fantastico che si stende a perdita d'occhio, coperto da un cielo di un azzurro limpidissimo solcato da nuvole di un candore abbagliante.
L'ultimo sito maya è probabilmente anche il più straordinario.
Palenque, letteralmente ”circondato dagli alberi”, é uno dei siti più belli e meglio conservati.
Un tempio su ognuna delle piccole colline, con attorno la foresta vergine. Fantastico!!
Ancora più stupefacente se si considera che solo il 5% di tutto il complesso e stato riportato alla luce. Ma la protagonista assoluta è, fortunatamente, ancora la strada, che ci porterà prima alle cascate di Agua Azul, poi a San Cristobal de las Casas.
Le prime sono un invito ad una breve sosta ed un bagno tonificante nelle sue fresche acque turchesi a causa del colore delle pietre del fondale: più di 500 cascate con un'altezza variabile tra i 3 ed i 30m.  La seconda, oltre che punto d’arrivo della giornata, strappa a Campeche la palma di città più interessante di questa prima parte del viaggio: antica, suggestiva, tranquilla, rilassata. Case coloniali ed un mercato frequentato da indigenos, vanno chiamati così, il termine indios è offensivo, di razza Maya e Tzotziles. Questi ultimi sono tra quelli che hanno meglio conservato la loro originalità etnica.
Siamo ormai alla fine, nonostante gli ultimi, splendidi 200km che conducono ad Oxaca, (si pronuncia Uacaca), altra città coloniale piena di fascino, molto più grande di San Cristobal.
Patria del metzcal, una delle bevande nazionali, offre un altro sito assolutamente da non perdere: Monte Alban, un insieme di piramidi e di tombe, città religiosa costruita dagli Zatopeche su una rupe a 9 km da Oxaca, da cui si gode una vista mozzafiato.
Da qui solo 500 km alla meta, alla riconsegna dei mezzi ed al rientro in Italia. Parlo del gruppo naturalmente!
L'autostrada, carissima, permette di arrivare rapidamente tuffandosi nel caos di Mexico (viene chiamata anche così dai suoi abitanti). Il sottoscritto invece, con un paio di equipaggi, decide di evitare il suo traffico, percorrendo una strada solitaria più a sud, su un altopiano desertico, punteggiato di cactus giganti, per arrivare quasi fuori tempo massimo a Toluca, punto di riconsegna delle moto.
“quando vuoi partire?” Bernd Kraut, che suona poco latino, responsabile post vendita per Bmw in Messico mi chiede quando voglio partire!!! E’ il 12 gennaio. Sono rimasto solo da quasi una settimana, arrivato nel paese da più di tre settimane e mi chiede quando voglio partire!!! Questo paese m’incanta, non ho parole, sono estasiato. Voglio perdermi sugli altipiani coperti da cactus giganti, percorrere la costa spingendomi a sud verso l’equatore, salire su crateri vulcanici e invece no, bloccato ad aspettare qualche ricambio e 2 accessori. Persino il responsabile dell’albergo dove alloggio partecipa alle mie tribolazioni concedendomi un 10% di sconto sulle tariffe applicate. E’ stata complicata: problemi in dogana per il ritiro dell’equipaggio, attesa dei ricambi, una lentezza che viene prima metabolizzata, poi compresa, infine giustificata. Sono ormai nell’ingranaggio. Saranno al fine altri 5 giorni di attesa prima di poter intraprendere il viaggio, quello vero.
La prima parte dell’itinerario è ormai pronta, da tempo. Sono poche cose, pochi giorni per poi inventare, al momento, senza fretta o pressioni. Apri il rubinetto e zac, l’itinerario scorre via, tranquillo. Una sensazione ormai conosciuta ma che lascia un’inebriante, appagante senso di libertà.
I primi spunti vengono dati da Taxco, capitale dell’argento e Zihuatanejo, conosciuta sulle pagine del libro di Stephen King “stagioni diverse” da cui è stato tratto il film “Le ali della libertà”. 
Taxco dipinta da guide e conoscenti come una delle città coloniali più belle del Messico, si rivela a prima impressione, un po’ deludente: sporca, con un traffico infernale di maggioloni-taxi e remisos che sfrecciano caoticamente per le ripide vie di questa cittadina incastonata alla sua montagna.
Poi, con calma, concedendosi una passeggiata per le sue erte stradine acciottolate, in debito di ossigeno, cominciano ad aprirsi scorci suggestivi: qua una piazzetta, lì un vicolo, bei palazzi coloniali, senza dimenticare il favoloso, piacevolmente ombroso Zocalo, dominato dalla fantastica chiesa di Santa Prisca, datata 1578, un vero capolavoro dello stile churriguerresco. Facciata barocca impressionante di pietra rosa e interno non da meno con le pale dell’altare finemente scolpite e decorate.
Per raggiungere la costa decido di seguire le strade 51 e 134. Fino a Ciudad Altamirano, nonostante un tempo decisamente pessimo, tutto procede liscio.
Da lì, un deterioramento viario esponenziale col passare dei chilometri.
Il tempo peggiora ancora e sotto una pioggia torrenziale percorrerò 200km che intuisco eccezionali per la qualità dei panorami ma con una strada davvero infernale: buche, ghiaia, pietre, frane che invadono la carreggiata, un vero disastro. Davvero allucinanti i frequenti cartelli che segnalano il divieto assoluto di sorpassare in presenza della striscia continua!! Io faccio fatica a vedere la strada che spesso scompare sotto un infido ghiaino brufoloso!! 5 ore, con il simpatico interludio di 2 controlli militari dettati più da una curiosità inquisitoria nei confronti di un mezzo alquanto insolito per ammissione delle stesse persone che mi obbligano alla sosta. Sarò sommerso di domande a raffica: a cosa serve il manometro, perché il casco si apre così, quanti cilindri ha la moto, dove tengo i documenti ed il passaporto, che viene trattato come qualcosa di prezioso e sconosciuto, cosa porto nella maletta dx, poi in quella sx.
No, decisamente qui non passa molta gente, tanto meno in moto!!
Arriverò a Zihuatanejo ormai a sera. La fantastica baia, sogno realizzato di Tim Robbins, è ormai geneticamente corrotta, devastata dall’influenza dei gringos: una colata di cemento! Ammirare la baia dalla strada, una volta panoramica, che abbraccia amorevolmente questo piccolo golfo è un sogno che appartiene al passato.
Il Messico, quello vero, autentico, chiama, ma Pie de la Cuesta, Acapulco, la stessa Puerto Escondido sembra renderlo alquanto lontano, appartenente ad un altro luogo, forse un altro paese, sicuramente un altro tempo. Ci vorranno circa 1.000km per vedere che forse non tutto è perduto: Puerto Angel, con le fantastiche spiagge di Zipolite, San Agustinillo e Mazunte. Tutto fantastico, selvaggio, sicuramente spartano, molto spartano, ma che mare!!
I giorni di viaggio possono essere immaginati percorrendo, macinando senza esitazioni o indecisioni diverse centinaia di chilometri oppure….decido di partire da Puerto Escondido la mattina. Sto caricando la moto e conosco Antonio, messicano del Chiapas, trapiantato a New Orleans, fuggito dal Messico per problemi politici della moglie; il padre, professore universitario, ucciso dalle forze governative. In breve tempo cerca di aggiornarmi sulla pestifera, cancerogena influenza statunitense sul centro America. La sua scarsissima considerazione sul popolo americano, sui suoi governanti, sulle sue decisioni politiche in campo internazionale, sul modo di imporre una cultura che di fatto non ha niente di culturale per mancanza di contenuti, concetti, rispetto, è resa ancora più aspra dalla consapevolezza di essere ospite forzato proprio nel posto che meno ama. Ci salutiamo, sono quasi pronto, il caldo sta aumentando ma Francois, canadese del Quebec, intavola, giustamente è un surfista, una discussione su un suo viaggio con una Honda 250 con tavola al seguito in Costa Rica.
Auguri di buon viaggio e per una buona stagione di onde e sono per strada, ma non faccio neanche in tempo a lasciare la città. La sera prima mi ero messo in testa di fare una foto all’immensa, enorme bandiera che domina la baia. La luce è vincente ma il vessillo è all’interno di una base militare. Passo, ci ripenso, torno indietro e chiedo il permesso di accesso con il mezzo. Inizia l’infinito filtro burocratico militare per l’autorizzazione. Alla fine mi ritrovo seduto con altre persone: due sono da più di 2 ore in attesa di vedere i loro figli, 4 sono dei ragazzi venuti ad invitare i militari ad un corso di computer. I due ragazzi mi tempestano di domande sul loro sport preferito, mettendo a nudo le mie lacune in fatto di calcio. Le ragazze invece, una delle quali davvero carina, sono più interessate, fortunatamente, alla qualità del mio viaggio ed alle impressioni ed esperienze di queste prime 5 settimane in giro per il loro paese. Alla fine scambi d’indirizzi ma naturalmente, niente foto, la zona è stata dichiarata off-limits per stampa italiana con moto al seguito.
Puerto Angel con le sue spiagge limitrofe è la prossima meta. Entro dal punto più a nord e percorro la costiera chiedendo qua e là per sistemazioni e pasti. Zipolite viene definita la spiaggia più bella del Messico, anche se credo le poco distanti San Agustinillo e Mazunte non abbiano niente da invidiare. Arrivo nella via principale e davanti ad una taqueria vedo una GS80 rossa, targata FI.
Scendo: “donde estas el dueno de la moto?”
L’unico avventore: “soy yo”
“e che cazzo ci fai qui?”
In meno di mezz’ora sono seduto al tavolo con 6 italiani.
Luca è qui da 18 anni, ha un ristorante e si è trasferito con la famiglia. Sandro lavora vendendo prodotti artigianali, Marco invece in un bar, gli altri stanno semplicemente svernando. Terminerò la giornata spaparanzato al sole nella spiaggia di Mazunte. Meno di 90km!! E tutto in un solo giorno! Proprio una percorrenza da raid!
L’ingresso in Guatemala sembra svolgersi senza particolari problematiche ma spero continuiate la lettura per capire che forse mi sbagliavo!!
Le strade guatemalteche ed i paesaggi che le avvolgono possono essere descritte con diversi affascinanti aggettivi. Ma, uno su tutti, credo, dona loro giusto merito: vertiginose.
Audaci nella loro realizzazione, stupendamente panoramiche, si tuffano o si arrampicano per consentire in brevissimo tempo di raggiungere la destinazione stabilita, sia essa il fondo di un’inaccessibile valle o il cocuzzolo di un impervio passo.
Visiterò l’arcobaleno umano di Chichicastenago, la splendida valle Ixil, il deludente lago di Atitlàn, la fantasticamente coloniale Antigua, probabilmente la più bella tra le città viste insieme a San Criustobal de las Casas, fino al rifiuto in frontiera. 
Al mio ingresso nel paese il simpatico funzionario di La Mesilla, un punto di confine, di fatto pedonale (unico veicolo tra un oceano di pedoni) fidandosi dei documenti presentati mi rilascia il documento temporaneo per la circolazione copiando i dati del telaio e motore direttamente dal libretto di circolazione. Al momento di lasciare il paese decido di transitare dal desolato villaggio di Valle Nuevo. Parto di mattina ed arrivo a mezza giornata al confine. Primo controllo per il mezzo, dopo aver evitato e rintuzzato l’assalto di un manipolo di scalmanati che si offrono di aiutarmi nel disbrigo delle pratiche doganali.
La signora, assai gentile, prende tutte le carte e chiede di controllare la moto: passaporto, libretto di circolazione, foglio di importazione temporanea della moto, delega autenticata per condurre il mezzo, necessaria quando non è di proprietà, controllo numero telaio sul veicolo.
”C'e qualcosa che non và”. Mi dice.
Penso tra me e me: “anche le donne chiedono la propina!!!” ripensando all’ingresso nel paese dove, al controllo passaporti mi avevano richiesto 30 pesos, poco più di un paio di Euro, non dovuti e naturalmente non pagati.
Mi dice che non corrispondono i numeri di telaio, le dico che è impossibile: mi conduce da un funzionario della dogana che viene anche lui a controllare il telaio e..... cazzo è vero i numeri sono diversi: al terz’ultimo numero c’è un 3 al posto di un 8!!! Porca troia!!
Non credo ai miei occhi, hanno sbagliato a copiare il numero di telaio sul libretto di circolazione. Fra l'altro, non avendo controllato lo chassis all'ingresso del paese, mi ritrovo ora in Guatemala appunto, con dei documenti che mi autorizzano alla guida di un mezzo che non ho. Pazzesco!!!!!
Naturalmente Valle Nuevo è uno dei posti di confine meno transitati, come al solito scelgo sempre i migliori. Impossibile telefonare. Dopo un rapido sferraglio di meningi decido di rientrare ad Antigua dove contatterò immediatamente Bmw Messico, che mi confermerà, magra consolazione, l’errore.
Aspetterò 5 giorni l’arrivo delle carte sostitutive. Comunque a parte errori di trascrizione, chi se la passa peggio sono sicuramente i camionisti. Più avanti, attendendo l’ingresso in Nicaragua conoscerò Carlos, partito da Panama 7 giorni prima: neanche 2.000km!!!!! mi dice che se tutto gli va bene per il meglio, l’indomani nel pomeriggio potrà entrare in Honduras. Qui, indubbiamente il tempo assume un valore particolare. E’ comunque divertente se non ci si fa assalire da frenesie particolari.
A questo punto, tornando a noi, l’itinerario diventa una biscia impazzita a stento trattenuta dalla cartina stradale o meglio dai confini. Cambierò programmi più di una volta. Ho letto da qualche parte che è impossibile quantificare in quale percentuale il caso influisca sulla nostra esistenza.
C’è chi si illude di poter sempre decidere il proprio destino e chi invece si rassegna a considerarlo l’unico artefice delle “traversie terrene e delle rare gioie”.
Alla fine mi spingerò a nord per la zona di Coban, inizialmente, ingiustamente, ignorata da qualsiasi interesse, nel tentativo di avvicinarmi prepotentemente, con furia burocratica, ai documenti che dovrebbero consentirmi, mai condizionale fu più appropriato, di riprendere liberamente il viaggio.
L’entrata nel Peten per questa strada, è tutta un’incognita: domando più volte, ma ne traggo informazioni alquanto discordanti. La strada va dal terribile al quasi completamente asfaltata. Sarà una passeggiata, strada come al solito spettacolare, buon asfalto, traghettamento carontico di un fiume e ingresso polveroso in santa Elena e Flores. Da qui solo 70km a Tikal. Già Tikal. Niente è come Tikal puntualizza una delle mie guide!! Nel niente arboreo della foresta tropicale che neanche i confini nazionali riescono a limitare nella sua estensione, si innalzano questi spettacolari funghi piramidali alti quasi 50 metri.
Sono nella città più affascinante e misteriosa del continente americano. Tikal!
Dall’alto delle sue costruzioni accessibili ai visitatori, siano esse l’audacissima passerella della piramide 5 o la semplicemente ripida della 4, i problemi, i documenti, il gruppo da contattare, le distanze, magicamente diventano di secondaria importanza.
Sono solo, incasinato, burocraticamente recluso nel paese, ma tranquillo, rilassato, in pace con me stesso. La giornata mi vedrà salire 3 volte sul tempio 4, la miglior vista del complesso (ma anche dal 5 il panorama non è niente male), in diverse ore del giorno: all’alba coperto da una lugubre, affascinante nebbia tropicale; a metà giornata per il solito tema delle foto ed al tramonto per vedere il cielo tingersi di rosa. Verrò cacciato a causa delle chiusura del complesso, da una guardia del parco, con la quale percorrerò nel silenzioso buio dalla foresta tropicale, squarciato solo dai richiami delle scimmie urlatrici, i 30 minuti di sentiero che ci separano dall’uscita.
Sì, niente è come Tikal!!
Granada, Nicaragua. Non è Antigua, questo è certo, ma è pur sempre une delle più belle città del centro America: sufficientemente coloniale, una dozzina di chiese, affascinanti anche se alquanto decadenti, rilassante. Cerco di riprendere il passo giusto dopo mega trasferimenti nel tentativo di recuperare il tempo perduto. Sono in compagnia di Daniel e Ricardo, con i quali viaggerò per qualche giorno e la scelta è unanime: “ce quedamo aqui!”.
Sarà una giornata di passeggiate per le vie del centro storico alla ricerca dello scatto che tarda ad arrivare. Queste non sono le Ande, le luci sono diverse. Una delle cose che è superlativa è la povertà. Io sono in condizioni disastrose, non sono un grosso frequentatore di lavanderie ed in viaggi del genere i risultati sono abbastanza evidenti: nel mio abbigliamento motociclistico, non ho un buon odore e l’aspetto lascia molto a desiderare, ma le persone con cui mi fermo spesso a parlare, il più delle volte non hanno scarpe, ma in compenso vestiti strappati e tanta fame.
Roberto: lustrascarpe, 17 anni, a vederlo mostra meno, osservandolo il giudizio è opposto. Lo conosco la mattina all’arrivo, lo rincontro la sera nella plaza central. 7 fratelli, vive a Masaya, ad una ventina di km, con la nonna e la sorella di 18 anni. Orfano di madre. Il padre, e qui comincia il bello, vive a 2 quadre dal centro, ma non ha mai potuto sopportarlo e non vuole vederlo. Torna a casa una volta alla settimana, dorme sotto i portici.
Quando può, una signora lo ospita per 20 Cordoba (circa €1). Dormendo all’aperto deve lasciare in custodia le sue cose (10 Cordoba) perché almeno un paio di volte a settimana viene assaltato.
Dice che le notti sono fredde (!!) e sta pensando di vendere i suoi lucidi per tornarsene a casa. Anche dividendo tutto per 2, ne risulta un quadro davvero angosciante! Do un’occhiata in giro e vedo una decina di Roberto!!
Arrivo sul puente de Las Americas a notte inoltrata, ma solo il giorno dopo, scattando le foto di rito da un punto privilegiato, trovato come sempre per puro caso e visitando le chiuse di Miraflores e di Gatun, realizzerò di essere arrivato al punto di dover invertire la rotta. Certo, per arrivare alle foreste impenetrabili del Darièn dove la interamericana soccombe alla natura interrompendosi di fronte ad un invalicabile muro arboreo, mancano ancora 300km, ma non ne vale la pena, naturalmente dal mio punto di vista, visto il caldo sempre più insopportabile e l’appiattimento totale del paesaggio. Molto meglio rivolgere le proprie attenzioni al nord del paese, visitando il castello di San Lorenzo, capolavoro d’ingegneria militare, che domina la foce del rio Chagres, maggior affluente di quello splendido ponte acquatico che è il canale di Panama ed alla interessantissima zona caraibica di Portobelo.
Risalirò a nord dalla zona di Boca del Toro, sempre sull’oceano Atlantico, un arcipelago ad una quarantina di chilometri dal confine con il Costa Rica. Il nome pare gli sia stato dato da Cristoforo Colombo che, entrando dalla sua parte più settentrionale, aveva individuato una strana somiglianza taurina, oltre a rimanere colpito dal rumore dello sciacquio delle onde sugli scogli delle isole che gli ricordavano il lamento di questi animali. Gli effetti della lontananza da casa! Verità o leggenda? Mah! Fatto sta che le odierne tecnologie satellitari pare diano ragione all’esploratore genovese: la forma è davvero quella del muso di un toro!!
Torniamo a noi. Da David, più di 400km a nord di Panama Città, parte una splendida, recentemente asfaltata strada, che audacemente valica la sierra per picchiare velocemente verso l’oceano. Da qui si può raggiungere il confine poco transitato di Sixaola. Come al solito le informazioni raccolte per strada sono alquanto variegate: asfaltata, bella, nebbiosa, infernale, suggestiva, ventosa, pericolosa, spettacolare. 200km per poter coprire tutti i possibili giudizi sul sistema viario centro americano.
Quasi tutti ci parlano di nebbie e di forti venti, ma non sono particolarmente preoccupato, la Patagonia o le lande islandesi sono assai lontane. La giornata inizia con aria tersa, una strada ben asfaltata che, come lascia l’interamericana sale rapidamente e ripidamente offrendo alle spalle suggestive vedute fino all’oceano Pacifico. Di fronte le cime coperte da candide nuvole si avvicinano. Vento!
Arrivo ad un posto di controllo ed un poliziotto mi dice che sono 3 giorni che la brisa, come la chiamano qui, è stata demasiada fuerte. Brisa, non so perché mi ricorda le tiepide brezze dei nostri mari. Non sono ancora preoccupato, anche se le nuvole e la cima della cuesta de Diablo, bel nome per un passo, si avvicinano. Vento!!
Un paio di curve ed improvvisamente scopro il significato di brisa demasiada fuerte. Questa non è brezza, ma un vento, un cazzo di vento, improvviso, violento, aggressivo, cattivo, che a raffiche cerca di sbattermi a terra ripetutamente. Devo spingere e forte sul manubrio per cercare di rimanere sulla carreggiata. “puta que la pariò, qual fuerte quen es!!” Un paio di km di pura adrenalina, salendo sulla cuesta, ma una volta in cima, fortunatamente il vento si abbassa di intensità, permettendomi una discesa bagnata, immerso in una lussureggiante, rigogliosa, fitta vegetazione tropicale. Che strada!! A parte il vento, la pioggia e la nebbia potrei eleggerla a migliore di tutto il viaggio e ce ne sono state di entusiasmanti. 
Il Costa Rica è sicuramente lo stato turisticamente e socialmente meglio attrezzato di tutto il centro America. La costa caraibica non è sicuramente inferiore a quella del Pacifico. Degne di attenzioni Puerto Viejo de Talamanca e Cahuita, nell’omonimo parco nazionale.
Ma il paese ha tanto da offrire. Spingendosi all’interno, verso la capitale, inizia la zona montuosa vulcanica. Strade panoramiche perfettamente asfaltate conducono ai punti di maggiore attrazione turistica: i vulcani Poas e Iratzu, spettacolari!!!
L’interamericana è l’arteria viaria, il fulcro nevralgico dei trasporti centro americani. Non può essere definita un’autostrada, neanche una strada a scorrimento veloce, anzi a volte è una normalissima strada a 2 corsie, dove bisogna prestare attenzione alle profonde buche che testimoniano una scarsissima manutenzione. Ma quello che sto vedendo dopo aver attraversato Chinandega, Nicaragua, per percorrere gli ultimi 80km che mi separano dal confine con l’Honduras ha davvero dell’inspiegabile. Devo aver sbagliato strada!
L’asfalto è scomparso, svanito per lasciare spazio ad uno sterratone pieno di buche e toule ondule. No, non ho sbagliato, il traffico non è diminuito e la solita quantità monumentale di camion mi avvolge, facendo scomparire la strada o quel che ne resta, in pesanti nuvole di polvere bianca, nonostante viaggi ad una velocità nettamente superiore. All’ennesima buca sento uno strano, forte rumore e capisco che c’è qualcosa che non và.
Ho spaccato il parafango di plastica che prima di perdersi in questa landa desolata ha compiuto la sua ultima buona azione, facendomi saltare la catena. Sono nel niente assoluto, sullo sfondo due vulcani fumanti. Rifletto su quanti ne ho visti negli ultimi 10 giorni ed ho decisamente perso il conto. Un paio di camionisti passano lanciandomi cenni di saluto, come se stessi lì, fermo ad ammirare il paesaggio, immergendomi in cumulonembi di polvere.
“ma dove cazzo andate, fermatevi!!” 
Aggredisco il problema come se fosse di ordine ciclistico ed al secondo tentativo la catena è nuovamente nella sua sede naturale. Saranno ancora buche, dossi, polvere e vibrazioni fino ad 8 chilometri dal confine.
Anche l’Honduras offrirà belle strade, asfaltate e non, con bei panorami. A parte questo, i quattro giorni qui trascorsi, nonostante un  cielo grigio, piatto, nuvoloso, probabilmente hanno rappresentato la migliore varietà di strade per una pratica motociclistica, divertente, appagante e gustosa. Intanto non fa caldo, si viaggia mediamente tra i 1000 ed i 2000 metri di altitudine, le strade non sono male, il traffico scarso.
Unico problema: la quasi assoluta mancanza di veicoli rende i camion prepotentemente protagonisti di qualsiasi manovra stradale. Poco importa che la strada sia in salita o ci sia una curva cieca, sono grossi, abbastanza veloci e se ne strafottono di tutto il resto. I primi tre giorni, mi troverò 5 volte  faccia a faccia con questi bestioni, 4 volte evitandoli attaccandomi ai freni ed una volta con una digressione fuori dalla carreggiata, tanto da indurmi a modificare notevolmente la traiettoria di viaggio verso il ciglio della strada. 
L’ultimo giorno è dedicato a Copan. Il tempo continua ad essere tristemente incolore, ma alle 12.00 sono all’interno del sito archeologico, percorrendolo in lungo e largo per avere un’idea delle possibilità di scatto. Sono pronto all’azione, l’indice è caldo, manca solo il sole. La chiusura è alle 17.00.
Tikal è verticale, qui lo sviluppo è orizzontale con la scalinata dei geroglifici che è fantastica: peccato che sia coperta da un tendone per proteggerla dalle intemperie. Anche le stele della plaza grande sono assai interessanti e rare per il mondo maya.  Pochi turisti, atmosfera tranquilla, decido di allungarmi sul prato ai piedi di un immenso albero.
“uscirà sto benedetto sole!!” penso.
Trascorrerò più di 2 ore dormendo e sognando ad occhi aperti, lo sguardo al cielo, irrimediabilmente grigio, coperto da rami giganteschi. Il parco è quasi deserto. Mi ritrovo sdraiato con un paio di guardiani.
“!!!”
“tanto non c’è niente da fare” mi dicono
Uscirò all’orario di chiusura rigenerato, senza nessuno scatto all’attivo!!
Il Belize è famoso oltre che per le sue ridotte dimensioni per la sua barriera corallina tra le più estese e belle del pianeta. Cayes,  si leggono kiiz, sono il fiore all’occhiello di questo ennesimo stato-regione centro americano. Sono isole, quindi diamo per scontato mare e barche per raggiungerle, ma esiste una piacevole eccezione: Placencia, una lingua di terra o poco più, collegata al continente da una sottilissima striscia di sabbia.
45 chilometri di sterrato in pessime condizioni, probabilmente ancora peggiori nella stagione delle piogge. Siamo agli sgoccioli del viaggio. Sarà il torpore assoluto, una specie di oblio del far niente a meno di 10 giorni dalla partenza.
Sole, palme, spiagge bianche, mare turchese, passeggiate. Sono stanco, cazzo!
Mi fermerò 1 giorno di più del previsto rimanendo scoperto con l’assicurazione e rischiando dure sanzioni evitate per un soffio e spendendo mezza giornata scorazzando su pianali di pick up alla ricerca di qualcuno in grado di fornirmi la copertura assicurativa. Ed alla fine sarà ancora Messico, ancora Chiapas, ancora San Cristobal De las Casas, per la terza volta.  Il tempo stringe. Sosta breve ma meritata. Negli ultimi tre giorni percorrerò 2200km, senza scattare foto, donandomi alcune delle strade più belle dell’intero viaggio e concedendomi un bagno, l’ultimo, sullo spiaggione di Mazunte. Solo guida, per strade secondarie. Migliaia di curve e poco più!!
Ed una volta arrivato nella capitale messicana?
Le ultime cose, sempre le stesse: riconsegna dei documenti, preparazione delle casse con una parte dell’equipaggio da inviare in Italia, conferma del biglietto di ritorno. Ultima, la più dolorosa, la riconsegna-abbandono del mezzo: 20.108km, 3 mesi, 24 controlli doganali, 2 treni di gomme, neanche un rabbocco d’olio, un paio di migliaia di km in fuoristrada, assicurazioni scadute, documenti sbagliati.
Difficile dirsi addio.