domenica 21 marzo 2010

Luce eterna



MURMANSKAYA
Si può giungere ai confini estremi dell’Europa, seguendo una via alternativa a quella più logica, usuale e frequentata? La risposta è affermativa: spingersi al nord transitando dalla Carelia, in Russia, percorrendo quasi 13000 km, attraversando 13 Stati, in un fantastico viaggio di 5 settimane rincorrendo “il sole di mezzanotte”.


PARTE PRIMA
“Siete già sulla Murmanskaya!” L’uomo alla fermata del tram con un gesto di una perentorietà staliniana, ci da finalmente una certezza. All’ennesimo tentativo ci siamo! Il fatto di essere sulla strada giusta ci lascia uno strano senso d’euforia.


Tentare di attraversare San Pietroburgo dopo la visita alla stupenda reggia di Peterhoff, non rappresenta niente d’impossibile, avventuroso, o tanto meno pericoloso, ma sicuramente preparatevi a perdere tempo, tanto tempo. 

La segnaletica, naturalmente in cirillico, è praticamente inesistente, ed in una città di circa 5 milioni di abitanti, con un sistema viario in pessimo stato, vi trasformerà inevitabilmente in degli esploratori in una giungla di cemento degradato. Eppure, 3 giorni prima eravamo stati molto più fortunati, ma solo perché arrivando da Novogorod, davvero altra cosa con i suoi blandi ritmi da provincia e lo splendido Cremlino adagiato sulla sponda dx del fiume Volhov, ci eravamo trovati, senza volerlo, già sulla direzione giusta, ed anche perché i Prospekt, questi immensi vialoni che costituiscono le arterie principali del traffico della ex capitale dell’immenso, ex impero sovietico, confluiscono quasi tutti verso il suo cuore. San Pietroburgo, Pietrogrado, Leningrado, per poi ridiventare nuovamente San Pietroburgo. Necessità storiche e volontà politiche hanno fatto sì che la più giovane metropoli europea (appena 300 anni) cambiasse 4 volte il suo nome.  
“ Città astratta e premeditata” come la definì Dostoevskij, sicuramente anche lo stesso suo ideatore, lo zar Pietro I° il Grande, non poteva immaginare di riuscire a creare in una zona di paludi quella che viene riconosciuta come la Venezia del nord. Un fascino consolidato, nonostante problemi sociali ed economici, da ben 8 cattedrali, architetture a cui tanto hanno contribuito lo stile e l’ingegno italiano, palazzi reali, e l’Ermitage, gigantesco nella sua spettacolarità, che già da solo varrebbe il viaggio, od una semplice visita.
Percorriamo gli ultimi km cittadini attraversando la solita (per la realtà russa) periferia impersonale fatta di palazzi formicaio in quartieri dormitorio e, dopo l’ennesimo posto di blocco della polizia, un cartello con la fatidica scritta Murmansk km 1387, ci fa capire che sarà un lungo trasferimento, sebbene la luce a disposizione sia di fatto perpetua anche già a questa latitudine. Fino a Petrozavosdk, adagiata su un lago dal nome impronunciabile, che dovrebbe suonare all’incirca come Oneoga, ma con temperature invernali da far impallidire anche le celle frigorifere per la congelazione delle carni, il traffico è intensissimo, con la strada che continua a mantenersi seriamente disastrata. Gli orologi c’informano che è tardi, le condizioni ambientali accendono di riflessi irreali il lago. Decidiamo di dare un’occhiata alla città. La città appare tranquilla con una bella gioventù per le vie del centro che diradano verso la sponda del lago. Siamo fermi ad un semaforo, quando veniamo affiancati da una coppia a bordo di una vecchia Diniepr, che della struttura originale ha mantenuto solo il motore: Lion, il proprietario ha sostituito tutto nel tentativo di rendere il mezzo una specie di cruiser. Solite discussioni motociclistiche su destinazioni, km, mezzi usati, e la fatidica domanda viene pronunciata: “dove pensate di fermarvi per la notte?” 
E’ un invito indiretto poiché hanno un amico, Edward, motociclista con la solita, immancabile, diffusissima Diniepr, ma stavolta trasformata in una sorta di GS, che potrebbe metterci a disposizione un suo appartamento in cui non vive più da tempo. Lo osservo: “Ma come fa a saperlo?” “Lo informo adesso!” Detto, fatto. Alle 2 del mattino stiamo ancora discutendo e bevendo birre, e la cosa andrebbe ancora avanti per ore se non fosse la moglie di Lion, Natalia, come da buona tradizione russa, a rivestirsi di personalità e a mandare tutti a letto preoccupata del fatto che l’indomani ci attenda una vera e propria abbuffata di km.


Naturalmente i postumi della serata si ripercuotono sull’orario di partenza, ma una volta imboccata la M18 direzione nord, appare subito chiaro che le cose sono cambiate, il traffico è diminuito, qualche camion e pochissime macchine, con questo nastro d’asfalto (appare anche in condizioni migliori) che si srotola in una foresta di pini per centinaia di km.

Persino i distributori di benzina, nonostante le scarsissime informazioni a disposizione, si susseguono con una certa frequenza. Spuntino nei pressi di Letha, a base d’insalata russa di pesce e tartine al salmone, per ripartire sotto un tiepido sole. Dopo pochissimo, incontriamo l’ennesima pompa di benzina. Abbiamo mezzo serbatoio, ci osserviamo in una tacita, silenziosa constatazione, di quanto fossero inesatte le informazioni che avevamo in merito alla capillarità dei rifornimenti in Carelia e ripartiamo. 60 km, ed arriviamo al bivio di Kem.
Il paese e la benzina distano 25 km. La deviazione non ci attira, guidiamo per qualche km e chiediamo informazioni all’autista di un autobus fermo per un guasto. Mario fa sfoggio del suo incredibile vocabolario russo di ben 20 parole. “dice che non ricorda bene ma ce ne dovrebbe essere uno fra circa 50 km” 40, 50, 60 km!!!! all’ennesimo cantiere stradale ci fermiamo e scopriamo che non solo non ci sono distributori, ma che il prossimo è a ben 100 km!!! Fregati! In mezzo al niente con il cantiere che utilizza solo motori diesel, ed un traffico di 1 o 2 macchine ogni mezz’ora.






Tanica, tubo, messi gentilmente a disposizione dagli operai e cominciamo l’attesa di qualche volenteroso distributore ambulante di benzina. Al terzo tentativo possiamo provare la nostra bioscopia benzinesca su di una Opel Kadett, apparentemente in buono stato di salute. I nuovi serbatoi hanno però una specie di retino che impedisce questo tipo di chirurgia diagnostica. 
Ci serve una Zigulì, non le caramelle, ma le Lada che fortunatamente rappresentano un buon 70-80% del parco circolante russo. Altre 5 macchine e troviamo i primi 5 litri, ma il nostro benefattore non può darcene di più poiché gliene restano solo 7. Risate, scambio di battute, un Euro per ricordo e riinizia l’attesa. Mezz’ora e siamo nuovamente in viaggio. L’attraversamento del Circolo Polare Artico avviene con un fantastico sole di mezzanotte.

La monotonia della strada, assume i connotati e le luci da grandi latitudini. Inspiegabilmente dopo gli asfalti voragine nel sud, la qualità va migliorando man mano che si procede verso nord. Certo siamo lontani da standard occidentali, ma ci si può distrarre più facilmente. Anche i controlli della polizia con i loro radar diventano più rari.

Dovremmo fermarci, ma proseguiamo, suggestionati dalla “luce eterna”, fino a quando Mario non nota del fumo, mi fermo e…. sono completamente imbrattato di liquido refrigerante, un sasso deve aver bucato il radiatore dell’acqua. Che fare? È ormai tardissimo, e di arrivare a Murmansk, 450000 abitanti, nessuna informazione in merito, non se ne parla neanche. Decido, nonostante Mario non sia d’accordo, di bivaccare per strada. Domani si vedrà! Dopo neanche 4 ore di sonno, delle voci mi svegliano. Anatholy e Vladimyr stanno andando in città per lavoro, con un camioncino. A gesti spiego la mia situazione. Loro mi confermano che l’unica possibilità per la riparazione, è assolutamente Murmansk.

Naturalmente si offrono di aiutarmi caricando me e la moto sul furgone e conducendoci dapprima al primo bar per offrirci la colazione e poi al concessionario Volvo, dove, dopo aver smontato il pezzo infortunato, ed averlo lavato, un meccanico dell’officina si offre di effettuare la riparazione con la pasta saldante a freddo che abbiamo trovato in città. Io probabilmente sarei stato meno preciso distribuendo la pasta sulla parte lesionata, lui effettua un lavoro di fino incidendo la parte e schiacciandola con una pinza prima di saldarla. Un’ora di attesa, rimontiamo il tutto sempre sotto lo sguardo vigile dei meccanici dell’officina che a turno, ogni tanto, escono a controllare che il lavoro sia fatto a regola d’arte e nel primo pomeriggio siamo nuovamente in grado di riprendere il viaggio, la riparazione tiene. 
Sono tutti lì ad osservarci, chiediamo quanto dobbiamo per il lavoro, il proprietario guarda il meccanico e lui a gesti mi fa capire che abbiamo fatto tutto noi. “Buon viaggio!!” e ci regala anche 2 litri di liquido refrigerante, per le emergenze. Mentalmente tocco ferro, ringraziamo ed andiamo a cercare l’albergo della catena Siemens. Stasera picnic sul fiordo davanti alla ex base missilistica nucleare di Severomorsk.



LUCE ETERNA
La seconda parte del viaggio, ci vede affrontare la Scandinavia europea e la discesa verso casa dalle repubbliche baltiche



PARTE SECONDA
La strada che da Murmansk conduce al confine norvegese, attraversa una zona che fino a circa dieci anni fa era assolutamente, tristemente, sovieticamente, off limits.
Le basi militari si susseguono con regolarità nei 200 km scarsi che separano la più grande città oltre il Circolo Polare Artico (Murmansk appunto), da Nikel ultimo baluardo di cemento e fabbriche prima del nulla del deserto lappone. Non è raro incappare in un’esercitazione di carri armati e poter rimanere ad osservare sotto lo sguardo dei militari! Adesso ci si può fermare e fotografare tranquillamente, soffermandosi ad osservare e riflettere sulle dimensioni di questi agglomerati urbani, ma chiedendosi cosa ci possa fare, oggi, qui, a queste latitudini e soprattutto con questo clima, così tanta gente. Certo, il controllo del territorio è, di fatto totale, ma perché? Ha ancora un senso nel luglio del 2002? 


Gli spunti fotografici sono comunque innumerevoli: dalle solite statue mausoleo di proporzioni monumentali, edificati nel nulla assoluto, alle perentorie falci e martello, alte diversi metri che ogni tanto appaiono sul ciglio della strada, ai carri armati che ricordano l’eroica resistenza del popolo russo nell’ultima guerra. Inutile dire che al confine, il traffico è completamente inesistente, noi, un furgone e 2 macchine, e sorprendentemente anche l’espletamento delle varie formalità è assai rapido. La Norvegia ci accoglie con le sue strade perfette, l’efficienza turistica dei suoi centri informazione, la cortesia dei suoi abitanti, le sue urbanizzazioni asettiche. Poche decine di km, e tutto è cambiato. Non siamo certi che sia proprio quello che vogliamo, anche se c’è da dire che questa è, soggettivamente, dal punto di vista degli scenari e del paesaggio, la parte più interessante e spettacolare dell’intero itinerario.

Accompagnati da un sole che domina un cielo azzurrissimo, ci spingiamo verso nord alla coincidenza con i battelli che in questo periodo dell’anno navigano sul mar di Barents in pieno sole di mezzanotte. Il servizio è diventato ormai una tappa turistica, al quale molti non riescono a rinunciare.
In circa 2 settimane, 12 giorni per l’esattezza, è possibile navigare lungo una delle coste più spettacolari del mondo partendo da Bergen fino a Kirkenes, per poi tornare al punto di partenza. Nato come vitale mezzo di trasporto e comunicazione per giungere nelle più remote località sperdute nel labirinto dei fiordi, fu ideato da Richard With, e prese servizio per la prima volta nel luglio 1893. Le fermate sono 34, si naviga giorno e notte e l’esperienza a bordo può essere suddivisa in tappe, ed è proprio questa la nostra intenzione. La nostra destinazione è Berlevag, punta estrema occidentale della penisola del Varangerh. La strada è bellissima, desolata ed illuminata, i laghi si alternano ai fiordi, confondendo ulteriormente le idee in queste notti non notti, che dilatano tempo e spazio, illudendoci che il viaggio possa non finire, come questa luce accecante.


Nonostante le innumerevoli soste, arriviamo con un certo anticipo in questo solitario villaggio di pescatori. Il paese è anche conosciuto per l’eccezionale altezza che le onde, in alcuni periodi dell’anno raggiungono prima di infrangersi sul suo molo, anche 10 metri!! Navigheremo verso la penisola di Nordkinn, il vero punto più a nord dell’Europa continentale (70°8’ di latitudine) tra le 23.00 e le 2.00. 

Il traghetto è puntualissimo e a dispetto della poco rassicurante fama che circonda questa propaggine del Mar Glaciale Artico, anche la traversata è tranquilla e rilassata, fino allo sbarco a Menham (penisola di Nordkinn), in perfetto orario. Stavolta la stanchezza comincia a farsi sentire, il fisico sa essere più saggio dei nostri occhi e decidiamo di procedere verso Gamvik (20 km più a nord, sempre penisola di Nordkinn), paese più a nord d’Europa, e di bivaccare sul primo fiordo disponibile. Naturalmente il progetto viene realizzato con successo, ma purtroppo al risveglio, l’incantesimo si è rotto: il magnifico tempo che ci ha accompagnato per 2 settimane e più, è stato sostituito da una pesante coltre di nubi che scaricano gocce di pioggia con una frequenza tipica per queste latitudini, ma alquanto indisponenti. 


Le cose migliorano un po’ durante la giornata, permettendoci di percorrere verso sud la 888, denominata Nordkinveien, che in inverno è il percorso stradale più impegnativo della Norvegia.


La strada ottimamente battuta percorre una serie di altopiani spesso spazzati dai venti, in un ambiente lunare veramente suggestivo. Arrivati a Ilfjord imbocchiamo a dx la 98 costeggiando ancora l’Isfjord, il traffico comincia ad aumentare di intensità, ma mantenendosi a livelli più che accettabili, soprattutto paragonato a quello che avevo incontrato 5 anni fa, nella mia seconda esperienza scandinava. Infatti, i norvegesi, con una sapiente educazione turistica nei confronti dei visitatori (ma anche con dei prezzi veramente allucinanti) sono riusciti a dirottare il traffico stradale, che stava letteralmente strangolando anche queste latitudini su alternative più controllabili e meno pericolose per la salvaguardia ambientale: traghetti, appunto e aerei.

Nordkapp è ora raggiungibile via terra per mezzo di un tunnel che ha un prezzo da concerto dei Pink Floyd, o da pasto completo a base di frutti di mare in un locale alla moda di Parigi. Ma non è finita qui, una volta arrivati, se non siete studenti o pensionati (risparmierete circa il 70%), preparatevi a sborsare 35 Euro, più o meno, che però vi danno diritto, udite udite, alla visita della mega struttura, in gran parte sotterranea, di 5000 m quadrati (!!!), la possibilità di campeggiare gratuitamente negli appositi spazi, oltre all’immancabile foto di rito ai piedi del mappamondo, posto sull’orlo di questo granitico promontorio roccioso bruno scuro. 

Non male eh? Da qui, cominciamo la lenta discesa verso sud.
Sarà Norvegia fino alle Lofoten, splendide, frastagliate isole, montagne emergenti nel Mar di Norvegia, poste oltre il Circolo polare Artico. 2 giorni e mezzo, fra continue imprecazioni per quello che potrebbe essere ed invece viene nascosto o meglio coperto, da una fitta coltre di nubi, che sembrano piantate, addirittura incagliate come le vecchie imbarcazioni nel fiordo di Murmansk, su queste splendide cime montuose, che con le sue rocce si tuffano direttamente in mare. Siamo tentati, no, meglio sono tentato, di insistere nell’attesa, nella speranza che un vento benevolo permetta al sole, che in questo periodo dell’anno è sempre e comunque abbondantemente oltre l’orizzonte, di tornare ad illuminare uno degli spettacoli più alti, che la Norvegia riesce ad offrire ai suoi visitatori. Ma anche le previsioni meteorologiche sono contro di me, e le ardite e razionali strutture di Alvar Aalto ci attendono in Finlandia dopo un trasferimento lampo che ci permette di tagliare in 2 la Scandinavia in sola mezza giornata per arrivare al traghetto di Vaasa in Svezia.





IL SOLE DI MEZZANOTTE
La Norvegia settentrionale, o Finmark, è nota a tutti soprattutto come la terra del sole di mezzanotte. Questo fenomeno, per cui il sole si mantiene sopra l’orizzonte anche di notte, si può osservare a nord del circolo polare artico (66°33’ di latitudine) durante il periodo estivo. Viceversa durante l’inverno si registra un analogo periodo di oscurità, che però non è mai totale a causa della luce crepuscolare che allunga di circa 2 ore la durata del giorno. Il sole di mezzanotte è visibile a Capo Nord (71°10’ di latitudine) dall’11 maggio al 31 luglio, mentre la notte polare dura dal 18 novembre al 24 gennaio. Nelle zone a sud del Circolo Polare Artico si osserva un notevole divario nella durata del giorno e della notte: all’altezza del 65° parallelo, durante il solstizio estivo, il giorno più lungo dura 21 ore e 56 minuti, mentre quello più corto nel solstizio invernale, è di 3 ore e 21 minuti. Sempre in virtù della luce crepuscolare si può dire che fino all’altezza del 62° parallelo, nel cuore dell’estate, la luce diurna duri ininterrottamente per una decina di giorni; le notti restano chiare e la natura del paesaggio norvegese, immersa in un’atmosfera di sogno, assume un indimenticabile fascino.

Hurtigrute
Visitare questa parte dell’Europa implica automaticamente il dover fronteggiare ripetutamente il problema traghetti: ce ne sono di tutti i tipi, da quelli che mettono in comunicazione le isole degli arcipelaghi, a quelli che permettono di attraversare fiordi, a quelli che permettono di navigare in luoghi non accessibili via terra. Il più famoso è sicuramente il battello postale, l’”Hurtigrute”, che tradotto significa “rotta veloce”, che tutti i giorni dell’anno, alle 22.00 parte da Bergen, iniziando un viaggio verso nord, con destinazione Kirkeness, dopo aver percorso in circa una settimana, 1250 miglia marine ed aver toccato ben 34 porti. Oggi con strade, traghetti, ponti, tunnel ed aerei, il battello postale ha perso la sua primitiva vocazione trasformandosi in nave da crociera per passeggeri che non hanno fretta o per il trasporto di merci non urgenti. Le soste sono 34, si naviga giorno e notte e l’esperienza può essere suddivisa in tappe. E’ possibile, infatti, imbarcarsi anche in porti intermedi, spezzando l’itinerario globale. D’estate le lunghe ore di sole consentono di trascorrere molto tempo sui ponti, non così d’inverno. Il ghiaccio però, grazie alla Corrente del Golfo che neppure nelle stagioni più fredde fa scendere la temperatura dell’acqua al di sotto di 1°C, non blocca mai i fiordi. Le navi della flotta “Hurtigrute” sono attualmente 11, tutte con possibilità di trasporto auto e ovviamente moto. Per maggiori informazioni www.hurtigruten.com
Le Lofoten sono accessibili da Moskenes, dove parte un traghetto che arriva a Bodo, all’estrema punta meridionale dell’arcipelago, che è anche la parte più suggestiva e selvaggia dell’intero arcipelago, con i suoi porticcioli su palafitte. Le partenze sono 5 o 6 al giorno e la traversata dura circa 4 ore. Se poi doveste passare o fermarvi a Nusfjord, sempre nella parte meridionale delle isole, ricordatevi di visitare la bottega di Michele Sarno, torinese di nascita, campano di origine, che da circa vent’anni vive oltre il circolo polare, producendo artigianalmente monili, collane, bracciali in oro o argento. La sua storia particolarissima, comincia più di vent’anni in uno sperduto villaggio in India, dove incontra la donna della sua vita, norvegese, che lo calamita direttamente a Caponord  e dove il nostro Michele si improvvisa pescatore per qualche anno, prima di ritirarsi con il suo estro in questo minuscolo paese di pescatori, dove ormai è diventato un’istituzione. Se vi presentate in moto e spendete circa 250 Euro, riceverete in omaggio una notte per 2 persone in una pittoresca rorbu, le tipiche casette di legno dei pescatori scandinavi.





















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